Claudio Cipollini
mercoledì 25 marzo 2026
ROMA, IL BISOGNO DI UN FUTURO
martedì 3 marzo 2026
CITTA’ E FERROVIE: UN MATRIMONIO CONVENIENTE PER TUTTI (con Giovanni Costa)
giovedì 18 settembre 2025
ROMA CITTÀ GLOBALE, MA SERVE UN PROGETTO
La popolazione urbana cresce ogni anno di più e ancor di più in proporzione della crescita della popolazione globale. Pochi numeri per significare che siamo passati da circa 600 milioni nel 1700 a oltre 8 miliardi oggi, mentre i cittadini sono passati da circa 50-60 milioni (neanche il 10%) a 4,4 miliardi (il 55%), con proiezioni verso metà del secolo che vedono 10 miliardi di persone, di cui circa 7 in aree urbanizzate (e arriveremo al 70%). Più che popolazione globale saremo sempre di più cittadini globali. Una Città globale la cui definizione corrisponde in particolare ad un modello di città, come l’ha definita Saskia Sassen[1] già nel 1991, i cui riferimenti di base sono stabiliti dalla finanza immobiliare ovvero da investitori che si attendono rendimenti adeguati e confermati, selezionati nel confronto con altri settori imprenditoriali quali per esempio il digitale, l’IA, il food, o altri. Città “quotate in borsa” dove vale il rendimento e non la peculiarità produttiva ovvero la riconoscibilità o addirittura il brand. Città dove i centri storici rimangono gli unici testimoni di una singolarità che poi si annacqua e scompare, sommersa dalle architetture globali e omogeneizzanti, spazi riempiti di commerci, targhe e citofoni la cui distintività è solo nella lingua utilizzata. In questo contesto, il recente impatto delle vicende giudiziarie riguardanti alcune questioni urbanistiche-immobiliari a Milano ha aperto un ben più importante dibattito sul modello di città e sulla legislazione urbanistica, partendo dal capoluogo lombardo e arrivando sia al livello nazionale e sia a Roma. Un dibattito che continua a confondere, purtroppo, la funzione che nell’assetto e la peculiarità di una città, ha l’urbanistica rispetto alla visione e al progetto di città.
Roma da quando è diventata baricentro politico-burocratico della nazione ancora non ha trovato una sua soggettività
Anche a Roma la confusione tende a impossessarsi del tema, stravolgendo e talvolta mistificando obiettivi e strategie potenziali. Roma, la città eterna, città globale sì, ma per la sua storia e il suo conseguente patrimonio culturale, magnete di un turismo sempre più incolto e di attività semplicemente caratteristiche di una capitale di un Paese comunque importante nel mondo. Una città che da quando è diventata baricentro politico-burocratico della nazione italiana, oramai più di centocinquant’anni fa, ancora non ha trovato una sua soggettività moderna, rimanendo di fatto una “città museo” di beni culturali e di memorie storiche della civiltà latina e della religione cristiana e cattolica. Una capitale che per oltre 10-12 secoli si è sostenuta sul ruolo di centro del cattolicesimo più che su ruoli e funzioni culturali e produttive, e poi dal 1870 preda dell’espansione edilizia spesso trasformatasi in speculazione e rendita immobiliare. Una città che più di cinquant’anni fa Federico Fellini nel film Roma la faceva descrivere da Gore Vidal come: “… la città delle illusioni: non a caso qui ci sono la Chiesa, il governo e il cinema, tutte cose che producono illusione” apostrofandola poi come il posto ideale per aspettare la fine, a causa dell’inquinamento e dell’aumento della popolazione. Un visionario.
Roma è rimasta una città immobile, paralizzata dalla sua storia e incapace di gestire la scossa causata dalla guerra
Le cronache ormai note ai più ci raccontano del consiglio che lo storico tedesco Mommsen dette a Quintino Sella circa la necessità inderogabile di avere “qualche grande idea” per Roma, al quale l’allora Primo Ministro rispose assicurando per la capitale un futuro di città della cultura, idea che è rimasta tale, anzi – come afferma lo storico Vittorio Vidotto – «Roma non è certamente diventata la capitale auspicata dai padri della patria… Il prestigio della capitale si è ridotto via via sotto i colpi dell’inefficienza e della diffusa corruzione che ha toccato tutte le parti politiche…»[2]. A parte i tentativi di Nathan prima (1907-1913, forse l’unico anche se quasi subito bocciato dal ritorno al voto dei cattolici romani) e di Petroselli (1979-1981) e Rutelli (1993-2001) poi, fu Mussolini che strumentalizzò la capitale massacrandone quel tessuto medioevale e rinascimentale, la cui descrizione di Antonio Cederna[3] fa ancora venire i brividi.
Roma è rimasta una città immobile, paralizzata dalla sua storia e incapace di gestire la scossa causata dalla guerra come ricordava anche De Masi[4]: «la nascita di una società inedita, la società post-industriale, in cui l’egemonia delle fabbriche manifatturiere sarebbe stata soppiantata dall’egemonia delle fabbriche di idee … che, lungi dall’essere pericolose se poste accanto alle sedi del potere politico e religioso, ne rappresentavano invece un complemento prezioso. […] non è stata colta solo per impreparazione e incapacità dei romani e delle loro classi dirigenti». Nel frattempo, da allora e oramai da quasi un secolo (sono già passati ottant’anni), Roma si è espansa per qualche decennio e poi si è fermata ai suoi 2,8 milioni di abitanti (che in realtà diventano ogni giorno molti di più grazie ai turisti e ai pendolari che arrivano e partono), continuando ad essere preda naturale del cosiddetto “regime dell’urbe” – il sistema di potere vigente a Roma che dava peso del settore fondiario, immobiliare e delle costruzioni e assecondava una strategia di accumulazione fondata più sulla protezione che sulla competitività del capitalismo romano.
Roma si è espansa per qualche decennio e poi si è fermata ai suoi 2,8 milioni di abitanti, continuando ad essere preda naturale del cosiddetto “regime dell’urbe”
Tutte quelle opportunità alle quali De Masi aspirava sono rimaste nel cassetto dei sogni di alcuni. Tante università pubbliche, private e vaticane (oltre 25), oltre 100 Istituti di cultura stranieri, centri di ricerca pubblici come il Cnr e l’Enea, sede delle principali industrie pubbliche (o comunque fondamentali) nazionali come Fs, Eni, Enel, Leonardo, ma distante nelle classifiche globali internazionali delle città. Un reddito medio in Italia e medio basso in Europa, un’occupazione nella media con una qualità scadente (costruzioni, ristorazione e industria turistica), ma bassa a livello giovanile, mentre sopra la media nazionale a livello femminile. Una città che galleggia sulla sua storia e sulla sua arte. Solo il primato del Dipartimento di Lettere Antiche di Sapienza la distingue nel mondo della ricerca, una cosa che Mommsen darebbe per scontata. Una città dove l’innovazione stenta ad affermarsi e nella classifica mondiale delle Smart City è solo in 139esima posizione[5]. Alla fin fine – come ha affermato Giuseppe Tripoli in un recente convegno – «Roma è oggi fatta da tante incompiutezze: dal turismo alle infrastrutture, dalla cultura alle industrie, dall’Europa al Mediterraneo c’è tutto, ma manca sempre qualcosa».
La città è dipesa troppo finora dagli aspetti immobiliari, che non sono la panacea per un progresso reale e sostenibile
Per diventare una città globale, quindi, occorre certamente riportare i servizi per il pubblico (salute, scuola, mobilità, ambiente) a superare la sufficienza, certamente bisogna ricompattare la città rendendola meno diseguale socialmente e magari economicamente (ma qui serve ben altro) oltre che spazialmente. E altrettanto indubbiamente, l’aspetto urbanistico in questo non può che non essere una parte, ma non il tutto. Roma è dipesa troppo finora dagli aspetti immobiliari, che non sono la panacea per un progresso reale e sostenibile. Concetti che recentemente Walter Tocci ha rilanciato paventando il rischio di morire per overdose di rendita per un “eccesso di valorizzazione immobiliare” che “produce devastanti effetti sociali e culturali, che sono sotto gli occhi di tutti”. Quanto però ha recentemente affermato l’assessore all’urbanistica di Roma Capitale, Maurizio Veloccia, ben consapevole peraltro delle criticità esistenti specifiche e generali non può e deve bastare. Ritornare a «fornire quei diritti tante volte negati da un’urbanistica predatoria: servizi pubblici, diritto alla casa ad un prezzo corretto, trasporti pubblici», è la condizione di base, consapevoli però che la «tensione costante tra necessità di modernizzazione e giustizia sociale è la più grande sfida che sentiamo sulle nostre spalle» non si risolve attraverso piani e visioni urbanistiche (vedi per ultimo il progetto del Laboratorio Roma 2050 diretto da Stefano Boeri) e immobiliari (vedi il concorso in atto per “Una visione per Roma” indetto dalla Fondazione Roma REgeneration). Il rischio peraltro è dietro la porta: buoni servizi pubblici potrebbero solo servire, oltre che a facilitare la vita di tutti, ad aumentare le rendite immobiliari, ma non i redditi dei cittadini meno abbienti.
È una questione di poteri o meglio una questione di Progetto?
Ma allora c’è una strada che questa volta parti da Roma e vi ritorni con una visione, un progetto della città che riesca a darle un ruolo e un posizionamento globale moderno, attuale e futuribile? Tante le proposte sin da quando nel 1808 Roma fu presa dai francesi di Napoleone e poi dal 1870 senza mai risolvere il duplice tema di fondo: il disegno del Paese per la propria capitale e il progetto dei romani per la propria città. Come accennato, il ventennio fascista tracciò un percorso (pur se pieno di contraddizioni e marcato dalla mancanza di libertà e dalla demagogia), prima e dopo praticamente niente da questo punto di vista. Ora dopo decenni un disegno di legge costituzionale che ha il consenso di buona parte dei partiti, darebbe poteri particolari alla capitale, consentendole di decidere da sola su una serie significativa di temi (dall’urbanistica ai trasporti, dall’edilizia popolare al turismo e via dicendo), poteri accompagnati da risorse che dovrebbero arrivare invece con una legge ordinaria che tra l’altro prevederebbe anche una riorganizzazione della macchina comunale e della suddivisione territoriale. Ma serve questo a Roma? È una questione di poteri o meglio una questione di Progetto? Perché il Parlamento non definisce, d’intesa con l’Assemblea Capitolina, che cosa vuole dalla sua Capitale? Che ruolo, che funzioni (oltre quelle naturali) che posizionamento nell’ambito delle città e capitali globali? Questo il nodo nazionale che così non si scioglierà, ma sarà, se sarà, solo una questione di poteri. Per fare cosa, quale progetto, quale dimensione socio-economica e culturale e di benessere non è dato da prevedere. Le risorse non dovrebbero servire solo per infrastrutturarla, ma soprattutto per creare e valorizzare opportunità di sviluppo culturale e socioeconomico.
Il progetto Rifkin, un approccio olistico alla transizione verso un’economia a zero emissioni
A dire il vero, oltre le varie proposte predisposte da intellettuali e politici (da Tocci a Raimo, da Delzio a Macchiati, da Caudo a Vittadini solo per citare tra gli ultimi) ce n’è stata una particolare per il suo grado di innovazione che fu quella di Jeremy Rifkin nel 2010 che presentava così il suo progetto: «La missione è quella di preparare Roma al passaggio ad un’economia post-carbone della Terza rivoluzione industriale tra oggi e il 2050, e di trasformarla nella prima città dell’Era della Biosfera», un piano che prevedeva un approccio olistico alla transizione verso un’economia a zero emissioni, integrando tecnologie avanzate, energie rinnovabili e un nuovo modello di sviluppo urbano sostenibile. Un progetto che aveva una visione rivoluzionaria in grado di dare un nuovo ruolo alla città, innovandone sostanzialmente il ciclo economico e sociale oltre a quello ambientale, anticipando i tempi e portando forti innovazioni.
Rimane il dubbio che continui a serpeggiare la voglia di una Roma “imperiale”, centro del mondo, mentre invece bisogna ridimensionarci consapevoli di chi siamo, oltre di chi siamo stati
Forse dalla proposta di Rifkin bisognerebbe ripartire non solo per recuperare la strategia di una città ecocompatibile tanto più oggi che il cambiamento climatico bussa sempre più alla porta (anzi è già entrato), quanto per il coraggio di innovare. Certo rimane il dubbio di fondo che continui a serpeggiare la voglia di ritornare ad avere una Roma “imperiale”, centro del mondo, mentre invece bisogna ridimensionarci consapevoli di chi siamo oltre di chi siamo stati. Per partire e arrivare a individuare il Progetto dovrebbero verificarsi alcune condizioni e si dovrebbe condividere un percorso: costruire un nuovo patto sociale[6]; essere consapevoli del reale ruolo possibile; gestire un processo forte di partecipazione dei cittadini. Il tutto partendo da quello che siamo noi romani e quello che abbiamo e che esiste intorno a noi: il giacimento culturale, la situazione geopolitica, economica e culturale, la situazione ambientale, le previsioni possibili. Sono queste alcune delle condizioni probabilmente che consentirebbero di innescare quei flussi complessi che porterebbero i romani a quel cambiamento che gli consentirebbe di realizzare una città globale moderna e con una sua precisa identità – e quindi anche un brand che oggi, malgrado tutto, non ha – e non a ritornare a glorie passate che invece non potranno ripetersi più.
[1] Sassen S. (2010), Le città nell’economia globale, Il Mulino- Bologna
[2] Vidotto V. (2006), Roma contemporanea, Laterza, Roma-Bari (p. 287-288).
[3] Cederna A. (1979), Mussolini urbanista. Lo sventramento di Roma negli anni del consenso – Laterza, Roma-Bari
[4] De Masi D. (2019), Roma 2030. Il destino della capitale nel prossimo futuro, Einaudi, Torino (pos. 916-917).
[5] Lo Smart City Index (a cura dello Smart City Observatory, espressione del World Competitiveness Center della School of Management svizzera IMD insieme alla Singapore University of Technology and Design) nel 2025 include 146 città di tutto il mondo.
[6] Si rimanda a Andrea Capussela nel suo saggio Declino. Una storia italiana (Luiss University Press -2019) circa l’equilibrio sociale ed economico in Italia che rimarrà tale fino a che non si innescheranno quei meccanismi di cambiamento che potranno invertire la «spirale» attuale: cittadini soddisfatti e élite ricche.
https://www.leurispes.it/roma-citta-globale-ma-serve-un-progetto/
mercoledì 15 gennaio 2025
ROMA DEVE E POTRÀ FARE DI PIÙ PER INTEGRARE LE RETI SU FERRO. IL RUOLO DELLA CONSULTAZIONE E DELLA FORMAZIONE DEL PERSONALE (Intervista)
Si è chiuso un anno complicato: l’avvio di molti lavori in co-finanziamento PNRR, ed in particolare a Roma quelli legati ai finanziamenti per il Giubileo hanno impegnato molte aziende del trasporto pubblico in progetti strutturali, nell’acquisto di nuovo materiale rotabile mentre è sempre più diffuso l’impiego di tecnologie di mobilità più efficienti. I clienti sembrano essere ritornati tutti dopo il crollo dovuto alla Pandemia.Possiamo fare un bilancio dell’anno appena trascorso nel grande comparto della Mobilità nella Capitale?
Per i romani è stato certamente un anno difficile come lo è stato anche per l’Amministrazione comunale e nello specifico per l’Assessorato alla Mobilità che ha dovuto gestire le varie tematiche, spesso divenute problematiche, per realizzare i progetti e gli interventi previsti. Una città abbandonata a sé stessa almeno negli ultimi quindici – venti anni dove neanche gli interventi di manutenzione ordinaria erano diventati “normali”, figuriamoci la programmazione e la progettazione. Solo il PUMS (Piano Urbano della Mobilità Sostenibilità) ha visto la luce nel 2019 per poi essere definitivamente approvato nel 2022. Troppo poco. E così “approfittando” dei fondi del PNRR e per il Giubileo (ma anche di fondi nazionali) sin dal 2021 è stata avviata una serie di interventi che dovevano e in parte devono ancora provvedere a rimediare principalmente all’invecchiamento del parco veicoli (bus, tram e metro), ad una manutenzione inadeguata sia delle infrastrutture, sia dei mezzi e a nuove infrastrutture, il tutto con forti carenze di personale sia in quantità sia in qualità e qualifiche adeguate alla mole di lavoro.
Ovvio che poi il traguardo dell’apertura dell’Anno Santo se da un lato è stato uno stimolo, dall’altro ha generato uno sforzo notevole da parte del Comune e una pazienza incredibile da parte dei romani. Un bilancio è fattibile ed è positivo, ma solo nella consapevolezza che in questo settore i tempi sono lunghi (progettazione e appalti e quindi realizzazione di infrastrutture o costruzione di mezzi quali bus, tram o metro) e che conseguentemente molti dei lavori sono ancora in corso.
Ciò premesso certamente anche alcune criticità sono emerse principalmente imputabili alle carenze generali di personale, ma anche, per assurdo, alle stesse scadenze prima del Giubileo e poi a quella del PNRR nel 2026: la fretta non ha consentito una partecipazione adeguata della popolazione alla definizione degli interventi in particolare infrastrutturali il che ha rischiato e rischierà (insieme alle problematiche del personale) di avere o progetti carenti o tempi non rispettati. A queste da aggiungere, e non è poco, la mancata integrazione complessiva con il gruppo FS che a Roma ha, e molto di più potrebbe avere, un ruolo fondamentale per un assetto adeguato della mobilità nell’intera area metropolitana partendo dai suoi 600 km di binari, 91 stazioni e 8 linee regionali.
Che previsioni si sente di fare per i tanti progetti in campo a Roma per il 2025?
Certamente si continueranno a vedere sempre di più i risultati dei vari appalti, iniziando dall’apertura della fermata della linea C al Colosseo e specie sul lato consegne dei mezzi, mentre tutti gli altri lavori per i tram e la stessa linea C andranno avanti. Ci sono però almeno quattro aspetti che andrebbero presi meglio in considerazione. Il primo è quello, come ho già accennato, di un maggiore partecipazione e coinvolgimento della popolazione sui nuovi progetti. Nel 2024 abbiamo fatto con l’Assessorato alla Mobilità un esperimento, a mio avviso molto ben riuscito, che è stato quello della consultazione per il progetto del TVA, il tram che collegherà Termini con il Vaticano e il quartiere Aurelio. Cinque giornate dove decine di associazioni civiche e cittadini hanno presentato le loro proposte di miglioramento, ovvero le loro critiche e dove con grande disponibilità le stesse sono state poi prese in considerazione dai tecnici comunali per migliorare il progetto iniziale cosa che, per una prima parte finalmente, sarà nelle prossime settimane portato in Conferenza dei Servizi. Perché non prendere questo esempio e ripeterlo su altri interventi? Non è solo un problema di fare quello che la legge prevede per i dibattiti pubblici, è coinvolgere i cittadini nel miglioramento, o come dice il Sindaco, nella trasformazione della città. Un miglioramento assicurato sia perché i contributi tecnici possono farlo (nessuno è perfetto), sia perché così la popolazione si sente coinvolta e conseguentemente fa suo il progetto (che poi è suo). Il tutto senza perdite di tempo, anzi l’esperienza ci ha insegnato che se ne può guadagnare perché si ottimizzano parallelamente il progetto tecnico e il consenso.
Il secondo tema è quello del personale e della relativa organizzazione, un tema difficile da gestire e risolvere, ma sul quale non è pensabile di lasciare le cose come stanno. Servono più persone, qualificate e organizzate. I benefici ci sarebbero per tutti sia economici sia sociali e finalmente l’asticella dell’utilizzo del trasporto pubblico a Roma inizierebbe decisamente a salire.
Il terzo aspetto è quello di un’integrazione più forte e più adeguata alle esigenze romane che va portata a termine con il gruppo FS e RFI in particolare. Le potenzialità sono enormi sia dal punto di vista della mobilità urbana e metropolitana sia da quello urbanistico e dei servizi in particolare nelle periferie. Potrebbe essere una rivoluzione solo pensando a quello che le nuove tecnologie stanno già portando e ancora di più se il tutto venisse programmato insieme. Ferrovie, metropolitane e tram sono l’essenza di una rivoluzione con il ferro se integrati a sistema. Le metro da sole non bastano, costano tanto e per realizzarle ci vuole tanto tempo. Di esempi virtuosi anche qui ce ne sono stati nel passato, quindi si possono ripetere adeguandoli all’oggi. Non si possono far passare e perdere troppi treni come sta continuando ad accadere nella incredibile e impossibile storia della metropolitana Roma-Lido di Ostia addirittura data in ristrutturazione alla Regione (e per chi non lo sapesse siamo sempre all’interno dei confini comunali) e con formule gestionali perlomeno arzigogolate che comunque finora non hanno portato a nessun risultato concreto di funzionamento.
E infine, il tema del marketing e della conseguente comunicazione. Non può essere sufficiente un solo stanziamento di 0,5 milioni di € per tre anni appena deliberato per fare comunicazione sulla mobilità e sulla sostenibilità ambientale in una città dove il TPL è purtroppo noto molto più per le sue carenze e criticità che non per il suo funzionamento. Occorre predisporre un vero e proprio piano di marketing con oggetto il TPL al quale fare seguire campagne di comunicazione per informare e comunicare a tutti i cittadini che le cose sono cambiate e cambieranno in meglio. Certo poi alle parole dovranno seguire in parallelo i fatti. Conta solo quanti passeggeri in più ci sono, non quante infrastrutture. E su questo un confronto con le previsioni del PUMS (anche se superato dal PUMS della Città Metropolitana di recente) sarebbe auspicabile e necessario per non perdere l’obiettivo di base.
(MOBILITY - 15 GENNAIO 2025)
mercoledì 15 novembre 2023
TROPPE COSE NON TORNANO, QUALCOSA BISOGNA FARLA A ROMA E NON SOLO (PERLOMENO CON LA SIGNORA IA)
venerdì 7 luglio 2023
LA RIVOLUZIONE DEL FERRO A ROMA COME SPINA DORSALE DELLE TRAFORMAZIONI URBANE
martedì 6 giugno 2023
ROMA, MOBILITA' E OPPORTUNITA’: BASTA POLEMICHE, E’ ORA DI CONDIVIDERE E FARE
La presentazione del VIII Rapporto di Urban@it sulla Mobilità e la post car city tenutasi a Roma il 26 maggio scorso è stata ancora una volta un interessante stimolo e conferma della funzione che può e deve avere la rete ferroviaria locale per una mobilità sostenibile.
Dagli interventi dei docenti universitari Paola Pucci, Luca Velo e Ezio Manzini ai quali si sono aggiunti il mio e quello di Giovanni Costa sotto la regia di Simone Ombuen è emerso sempre più con forza come il sistema della rete del ferro (ferrovie per i livelli regionali, metropolitani e urbani; metropolitane per i livelli urbani e tram per i livelli sub urbani) debba essere la struttura portante di una città che deve assicurare a tutti i suoi residenti e turisti i servizi di base e i servizi urbani e metropolitani. Dimostrazioni scientifiche e pratiche di cosa si può fare anche a Roma applicando tra le altre la metodologia del TOD (Transit Oriented Development) che ha consentito in molte città americane ed europee di ottimizzare l’interconnessione tra mobilità ferroviaria/metropolitana e servizi per la città.
Servizi pubblici e privati di quartiere raggiungibili con una mobilità locale privata (piedi-bici) e pubblica (bus, tram), ma anche semmai con auto meglio se elettriche, servizi urbani accessibili attraverso un'intermodalità basata sulla rete delle ferrovie e metropolitane (e dei tram) e delle relative stazioni. Un'opportunità che in Italia ancora non viene colta in tutte le sue potenzialità tecnologiche (gli impianti di segnalamento Ermts che consentirebbero passaggi dei treni addirittura fino a 3 minuti come una vera e propria metropolitana) e con un approccio sistemico mettendo in rete (anzi incrementandole notevolmente) le stazioni ferroviarie come anche centri di servizi di quartiere specie nelle sterminate periferie di Roma (e come peraltro nelle altre città metropolitane e nelle regioni). Il tutto in un sistema integrato e intermodale con i servizi pubblici locali.
Serve un approccio sistemico e condiviso da parte di tutti gli interlocutori incominciando dal Ministero (chi l’ha visto?), ma in particolare dal gruppo FS e dal Comune di Roma (e dalla Città Metropolitana) e dalla Regione Lazio. Il presupposto di base è l’appartenenza di tutti al bene comune (e non è poco) e una metodologia moderna di integrazione tra le istanze della mobilità e quelle urbanistiche. Ciò premesso, serve un approccio integrato che elabori programmi condivisi secondo le esigenze nonché le missioni di ciascun attore. La domanda e l’assetto urbanistico agli EE.LL, l’offerta infrastrutturale e di servizio al gruppo FS iniziando da RFI e poi da Trenitalia, Mercitalia e Sistemi Urbani. Una domanda e un’offerta di servizi ovviamente e non di infrastrutture strumento utilissimo, ma strumentale. Un tavolo che abbia l’obbiettivo di ottimizzare il servizio di trasporto pubblico locale (urbano, metropolitano e regionale per essere precisi) integrando l’offerta su ferro delle metro – quando ci sono - e delle ferrovie – ce ne sono molte – della gomma urbana e extra urbana e del privato. Una rete da valorizzare sulle esigenze dei residenti e delle imprese nei territori che, vedi il caso romano, sono molto spesso sparpagliati e slegati. Una rete di linee e di servizi di mobilità con treni regionali da Frosinone, Latina e Gaeta, da Viterbo e Civitavecchia (ovvero con il materiale rotabile oggi in esercizio) e treni metropolitani (con nuovo materiale rotabile tipo quello delle metropolitane urbane) in una rete di stazioni (nell’area metropolitana di Roma attualmente quelle di FS – RFI sono 98 e quelle dell’Atac 89). Un sistema che serva il territorio regionale con servizi puntuali offerti da treni “regionali” fino alle porte della città, per poi arrivare e partire dalle stazioni principali nell’area urbana (Tiburtina e Termini) e serva il denso tessuto urbano con metropolitane ferroviarie con fermate anche a 800-1.200 metri di distanza riadattate o realizzate ex novo. Un sistema base, la vera spina dorsale, di Roma (e di molte aree metropolitane del Paese).
Vantaggi enormi di ordine trasportistico, ambientale ed economico (una stima di larga massima prevede un costo di 25-30 milioni di €/Km contro i 160 della Metro C a Roma), ma anche sociale quale infrastruttura di riferimento possibile nei quartieri della periferia. La città dei 15 minuti che da sogno diventa realtà in 5-8 anni. Risorse in buona parte esistenti nei programmi del PNRR e nazionali e di cui il gruppo FS è già dotato (e semmai si potrebbe coinvolgere Cassa Depositi e Prestiti e perché no i privati). Un progetto nato, forse troppo in anticipo, oltre trent’anni fa in FS e proposto a vari Comuni e Regioni. Erano i nuovi Sindaci da Rutelli a Bassolino, da Formentini a Castellani e Cacciari che intuirono immediatamente l’opportunità. A Roma Rutelli e Tocci firmarono solo dopo due mesi dalla vittoria elettorale un protocollo con FS che affrontava il tema. Erano altri tempi, altre modalità, non c’era il digitale non c’era l’Ermts, ma otto linee di Ferrovie Metropolitane (le FM) le facemmo così come si avviarono i progetti per le stazioni (il riassetto di Termini in primis, ma anche San Pietro, Ostiense e poi Tiburtina, che invero si poteva fare molto meglio, e perfino la nuova tangenziale Est). Poi molto, se non tutto finì con il secolo. Tentativi di rianimazione tanti, risultati pochi o nessuno. Tanti protocolli più o meno copie del primo ma poche o nessuna capacità politica e tecnica di andare avanti. Solo una proposta generale ignorata da FS (era il 2016 la predisponemmo e presentammo all’allora A.D.) e un progetto d’insieme del 2018, interessante, ma di cui andrebbe dimostrata la fattibilità tecnico-economica con numeri e con carenze di integrazione con FS stessa e il Comune (Metrovia). Ora l’opportunità offerta dalle nuove tecnologie insieme con l’impatto causato dallo stesso Covid (e quindi i finanziamenti dal PNRR) probabilmente possono rimettere in moto il “treno”.
A tal proposito è indispensabile sottolineare alcuni aspetti di merito imprescindibili per ottenere da un lato i maggiori benefici possibili per la mobilità pubblica nella città e anche nell’area metropolitana e dall’altro di non perdere l’opportunità data dalla previsione della chiusura dell’anello ferroviario per cui si è chiuso da poco il dibattito pubblico.
Da questo punto di vista la risoluzione dell’assetto del nodo ferroviario può (e deve) rappresentare per Roma e per il Lazio una vera e propria rivoluzione della mobilità.
Il tutto senza voler interferire con la calendarizzazione della realizzazione delle opere e degli interventi previsti, ma ottimizzandone la realizzazione ai fini dei migliori servizi di trasporto da mettere a disposizione dei cittadini romani e laziali.
La realizzazione della chiusura dell’anello rappresenta infatti la chiave di volta per dotare finalmente Roma e l’area metropolitana e regionale di un servizio di mobilità ferroviario adeguato alle esigenze di una città notoriamente in gravissime difficoltà dal punto di vista della mobilità pubblica (di cui le proteste per la nuova ZTL sono il primo e più allarmante segnale in una città che purtroppo ha il doppio delle auto per abitante di quante ne hanno città simili in Europa come Berlino e Madrid per esempio e conseguentemente e ovviamente utilizza per la metà il trasporto pubblico). Un’occasione quindi che “non si può lasciar perdere”.
Pertanto, alcuni punti strategici di base potrebbero essere utili da definire per poter procedere con le fasi esecutive con un metodo costruttivo.
A. Va integrato il metodo e la composizione del tavolo di confronto Comune - gruppo FS, al quale va invitata subito la Regione (viste le sue competenze imprescindibili), portando esigenze e proposte del Comune, della Città Metropolitana e della Regione frutto di analisi e progettualità specifiche. Collaborazione e condivisione le parole chiave.
B. Il cittadino dovrebbe essere maggiormente coinvolto sia attraverso un dibattito pubblico forse da rivedere nelle sue forme di disseminazione e di informazione cercando di coinvolgere al massimo le popolazioni interessate dai progetti (cosa da tener presente perlomeno per il futuro e per i prossimi progetti) e sia facendo un’analisi della domanda articolata e approfondita come da manuale, cosa questa invece da applicare da subito per avere modelli di esercizio e analisi di fattibilità di livello qualitativo e quantitativo adeguate sia gli investimenti da fare e sia alla popolazione da servire.
C. È indispensabile avere una chiusura dell’anello che consenta la massima flessibilità di esercizio nel breve come nel medio-lungo termine. Per questo occorre trovare soluzioni infrastrutturali che lo consentano. A questo proposito è evidente, anche da quanto emerso dal Dibattito Pubblico, come la chiusura solo sul lato Val d’Ala non lo consentirebbe se non altro, per solo esempio, perché non permetterebbe di prendere in considerazione lo spostamento sull’anello a nord del traffico della Tirrenica per liberare la maggior parte dei binari tra S. Pietro e Tiburtina dove, installando l’Ermts, si potrebbero avere linee omotatiche da dedicare a frequenze tipiche di metropolitane ferroviarie sotto i 5 min. Il lavoro di un tavolo tecnico appositamente formato tra le parti con il relativo mandato-obbiettivo e con tempi definiti (1-2 mesi) potrebbe essere una strada da percorrere con urgenza e senza esitazione. Soluzioni che prendano in esame che l’utilità debba essere dimostrata prima di tutto da un modello di esercizio che rechi benefici alla città (p.e. trasporto locale e merci) come alle esigenze di livello nazionale di FS (p.e. AV a Fiumicino e merci). E la risposta di FS nell’ambito del Dibattito Pubblico lascia comunque uno spiraglio, che va subito utilizzato, quando afferma che “Altre soluzioni di innesto della futura infrastruttura sulla rete esistente, con la possibilità di chiudere l’anello consentendo l’esercizio “chiuso”, sono in astratto ipotizzabili e necessitano comunque di idonei approfondimenti progettuali in esito ai quali si potranno rideterminare nuovi scenari tecnico-economici.” (pag. 36 - Risposte in Dibattito Pubblico per la chiusura dell'anello ferroviario di Roma. Relazione Conclusiva).
D. In parallelo con la soluzione dell’anello, va predisposto uno studio di fattibilità con un approccio integrato di mobilità e urbanistica che abbia l’obbiettivo di definire il modello di esercizio del nodo integrato con la mobilità pubblica comunale e regionale con l’ottimizzazione dei benefici trasportistici e ambientali, con relative alternative, analisi della domanda (vedi p. B), costi di investimento e di gestione e benefici (vedi linee per studi di fattibilità del MIT) e la cui valutazione e scelta finale debba essere politica. Il tutto ovviamente sulla base del PUMS di Roma e della Città Metropolitana, ma anche tenendo conto delle relative carenze che, specie per il secondo Piano, presentano problematiche significative sia rispetto all’analisi della domanda, sia ai benefici individuati e sia infine al modello di esercizio ferroviario preso a base delle proposte così come delle infrastrutture ferroviarie considerate. Uno studio che dovrà prendere necessariamente in considerazione alcuni punti di base quali:
a. gli interventi infrastrutturali e tecnologici previsti da RFI e ottimizzarne la messa a sistema e le tempistiche;
b. definire (modificando anche quelle previste dal PUMS Urbano) le stazioni porta indispensabili per filtrare il traffico delle auto e per l’intermodalità dello stesso ferro (treni regionali- metropolitane ferroviarie);
c. programmare conseguentemente numero e qualità delle stazioni nell’area metropolitana (molte di più potenzialmente delle attuali e previste dallo stesso PUMS) e prevederne le modifiche necessarie. Le stazioni stesse, come accennato, potranno peraltro essere uno dei punti di riferimento principali della città dei 15 minuti specie nelle aree periferiche;
d. Definire tempi di realizzazione non solo della chiusura dell’Anello, ma anche degli altri interventi previsti nell’area romana sinergici a render possibile quella rivoluzione della mobilità citata (almeno dei principali: attrezzaggio con Ertms - liv. 3 delle principali maglie della rete ferroviaria metropolitana, PRG di Tuscolana, acquisizione di nuovo materiale rotabile, nuovi collegamenti con l’Aeroporto di Fiumicino, quadruplicamento Casilina-Ciampino)
E. Conseguentemente va scelto il materiale rotabile per le metropolitane ferroviarie nonchè individuato il modello di gestione del servizio di Metropolitana Ferroviaria tra gruppo FS e EE.LL.
F. Ci sarebbe anche l’opportunità di rigenerare le aree ferroviarie tutte localizzate in punti strategici della città per un migliore assetto urbano (da San Lorenzo a Prenestina, da Smistamento a Tiburtina oltre Tuscolana e la stessa Trastevere e tutte quelle aree nei pressi delle stazioni di periferia e nella regione).
G. le tematiche o almeno il punto di vista del cittadino, sia come fruitore dei servizi che più in generale come co-attore delle scelte pubbliche, anche in tema di mobilità e trasporti.
H. Le risultanze e le scelte politiche formeranno parte di un rinnovato Accordo Comune-Regione- FS (da non sottovalutare per la valenza politica anche il MIT) con tempi, risorse e osservatorio partecipato di monitoraggio.
E’ giunta l’ora, anche con le recenti nomine nel gruppo FS, di passare dalle parole, dalle inutili e controproducenti polemiche e dai continui rilanci di idee e proposte, ai fatti. Con forte spirito di collaborazione e condivisione da parte degli attori (che ovviamente devono valorizzare al massimo il know how necessario) per fornire ai cittadini romani adeguati e più che meritati livelli di servizio del trasporto pubblico, in questo caso sfruttando al meglio l’enorme patrimonio di infrastrutture ferroviarie esistenti e quelle nuove necessarie.
Gli anni passano, le esigenze ambientali e sociali aumentano sempre di più non ci si può più permettere di “perdere il treno”.