giovedì 18 settembre 2025

ROMA CITTÀ GLOBALE, MA SERVE UN PROGETTO



La popolazione urbana cresce ogni anno di più e ancor di più in proporzione della crescita della popolazione globale. Pochi numeri per significare che siamo passati da circa 600 milioni nel 1700 a oltre 8 miliardi oggi, mentre i cittadini sono passati da circa 50-60 milioni (neanche il 10%) a 4,4 miliardi (il 55%), con proiezioni verso metà del secolo che vedono 10 miliardi di persone, di cui circa 7 in aree urbanizzate (e arriveremo al 70%). Più che popolazione globale saremo sempre di più cittadini globali. Una Città globale la cui definizione corrisponde in particolare ad un modello di città, come l’ha definita Saskia Sassen[1] già nel 1991, i cui riferimenti di base sono stabiliti dalla finanza immobiliare ovvero da investitori che si attendono rendimenti adeguati e confermati, selezionati nel confronto con altri settori imprenditoriali quali per esempio il digitale, l’IA, il food, o altri. Città “quotate in borsa” dove vale il rendimento e non la peculiarità produttiva ovvero la riconoscibilità o addirittura il brand. Città dove i centri storici rimangono gli unici testimoni di una singolarità che poi si annacqua e scompare, sommersa dalle architetture globali e omogeneizzanti, spazi riempiti di commerci, targhe e citofoni la cui distintività è solo nella lingua utilizzata. In questo contesto, il recente impatto delle vicende giudiziarie riguardanti alcune questioni urbanistiche-immobiliari a Milano ha aperto un ben più importante dibattito sul modello di città e sulla legislazione urbanistica, partendo dal capoluogo lombardo e arrivando sia al livello nazionale e sia a Roma. Un dibattito che continua a confondere, purtroppo, la funzione che nell’assetto e la peculiarità di una città, ha l’urbanistica rispetto alla visione e al progetto di città.

Roma da quando è diventata baricentro politico-burocratico della nazione ancora non ha trovato una sua soggettività

Anche a Roma la confusione tende a impossessarsi del tema, stravolgendo e talvolta mistificando obiettivi e strategie potenziali. Roma, la città eterna, città globale sì, ma per la sua storia e il suo conseguente patrimonio culturale, magnete di un turismo sempre più incolto e di attività semplicemente caratteristiche di una capitale di un Paese comunque importante nel mondo. Una città che da quando è diventata baricentro politico-burocratico della nazione italiana, oramai più di centocinquant’anni fa, ancora non ha trovato una sua soggettività moderna, rimanendo di fatto una “città museo” di beni culturali e di memorie storiche della civiltà latina e della religione cristiana e cattolica. Una capitale che per oltre 10-12 secoli si è sostenuta sul ruolo di centro del cattolicesimo più che su ruoli e funzioni culturali e produttive, e poi dal 1870 preda dell’espansione edilizia spesso trasformatasi in speculazione e rendita immobiliare. Una città che più di cinquant’anni fa Federico Fellini nel film Roma la faceva descrivere da Gore Vidal come: “… la città delle illusioni: non a caso qui ci sono la Chiesa, il governo e il cinema, tutte cose che producono illusione” apostrofandola poi come il posto ideale per aspettare la fine, a causa dell’inquinamento e dell’aumento della popolazione. Un visionario.

Roma è rimasta una città immobile, paralizzata dalla sua storia e incapace di gestire la scossa causata dalla guerra

Le cronache ormai note ai più ci raccontano del consiglio che lo storico tedesco Mommsen dette a Quintino Sella circa la necessità inderogabile di avere “qualche grande idea” per Roma, al quale l’allora Primo Ministro rispose assicurando per la capitale un futuro di città della cultura, idea che è rimasta tale, anzi – come afferma lo storico Vittorio Vidotto – «Roma non è certamente diventata la capitale auspicata dai padri della patria… Il prestigio della capitale si è ridotto via via sotto i colpi dell’inefficienza e della diffusa corruzione che ha toccato tutte le parti politiche…»[2]. A parte i tentativi di Nathan prima (1907-1913, forse l’unico anche se quasi subito bocciato dal ritorno al voto dei cattolici romani) e di Petroselli (1979-1981) e Rutelli (1993-2001) poi, fu Mussolini che strumentalizzò la capitale massacrandone quel tessuto medioevale e rinascimentale, la cui descrizione di Antonio Cederna[3] fa ancora venire i brividi. 

Roma è rimasta una città immobile, paralizzata dalla sua storia e incapace di gestire la scossa causata dalla guerra come ricordava anche De Masi[4]: «la nascita di una società inedita, la società post-industriale, in cui l’egemonia delle fabbriche manifatturiere sarebbe stata soppiantata dall’egemonia delle fabbriche di idee … che, lungi dall’essere pericolose se poste accanto alle sedi del potere politico e religioso, ne rappresentavano invece un complemento prezioso. […] non è stata colta solo per impreparazione e incapacità dei romani e delle loro classi dirigenti». Nel frattempo, da allora e oramai da quasi un secolo (sono già passati ottant’anni), Roma si è espansa per qualche decennio e poi si è fermata ai suoi 2,8 milioni di abitanti (che in realtà diventano ogni giorno molti di più grazie ai turisti e ai pendolari che arrivano e partono), continuando ad essere preda naturale del cosiddetto “regime dell’urbe” – il sistema di potere vigente a Roma che dava peso del settore fondiario, immobiliare e delle costruzioni e assecondava una strategia di accumulazione fondata più sulla protezione che sulla competitività del capitalismo romano.

Roma si è espansa per qualche decennio e poi si è fermata ai suoi 2,8 milioni di abitanti, continuando ad essere preda naturale del cosiddetto “regime dell’urbe”

Tutte quelle opportunità alle quali De Masi aspirava sono rimaste nel cassetto dei sogni di alcuni. Tante università pubbliche, private e vaticane (oltre 25), oltre 100 Istituti di cultura stranieri, centri di ricerca pubblici come il Cnr e l’Enea, sede delle principali industrie pubbliche (o comunque fondamentali) nazionali come Fs, Eni, Enel, Leonardo, ma distante nelle classifiche globali internazionali delle città. Un reddito medio in Italia e medio basso in Europa, un’occupazione nella media con una qualità scadente (costruzioni, ristorazione e industria turistica), ma bassa a livello giovanile, mentre sopra la media nazionale a livello femminile. Una città che galleggia sulla sua storia e sulla sua arte. Solo il primato del Dipartimento di Lettere Antiche di Sapienza la distingue nel mondo della ricerca, una cosa che Mommsen darebbe per scontata. Una città dove l’innovazione stenta ad affermarsi e nella classifica mondiale delle Smart City è solo in 139esima posizione[5].  Alla fin fine – come ha affermato Giuseppe Tripoli in un recente convegno – «Roma è oggi fatta da tante incompiutezze: dal turismo alle infrastrutture, dalla cultura alle industrie, dall’Europa al Mediterraneo c’è tutto, ma manca sempre qualcosa».

La città è dipesa troppo finora dagli aspetti immobiliari, che non sono la panacea per un progresso reale e sostenibile

Per diventare una città globale, quindi, occorre certamente riportare i servizi per il pubblico (salute, scuola, mobilità, ambiente) a superare la sufficienza, certamente bisogna ricompattare la città rendendola meno diseguale socialmente e magari economicamente (ma qui serve ben altro) oltre che spazialmente. E altrettanto indubbiamente, l’aspetto urbanistico in questo non può che non essere una parte, ma non il tutto. Roma è dipesa troppo finora dagli aspetti immobiliari, che non sono la panacea per un progresso reale e sostenibile. Concetti che recentemente Walter Tocci ha rilanciato paventando il rischio di morire per overdose di rendita per un “eccesso di valorizzazione immobiliare” che “produce devastanti effetti sociali e culturali, che sono sotto gli occhi di tutti”. Quanto però ha recentemente affermato l’assessore all’urbanistica di Roma Capitale, Maurizio Veloccia, ben consapevole peraltro delle criticità esistenti specifiche e generali non può e deve bastare. Ritornare a «fornire quei diritti tante volte negati da un’urbanistica predatoria: servizi pubblici, diritto alla casa ad un prezzo corretto, trasporti pubblici», è la condizione di base, consapevoli però che la «tensione costante tra necessità di modernizzazione e giustizia sociale è la più grande sfida che sentiamo sulle nostre spalle» non si risolve attraverso piani e visioni urbanistiche (vedi per ultimo il progetto del Laboratorio Roma 2050 diretto da Stefano Boeri) e immobiliari (vedi il concorso in atto per “Una visione per Roma” indetto dalla Fondazione Roma REgeneration). Il rischio peraltro è dietro la porta: buoni servizi pubblici potrebbero solo servire, oltre che a facilitare la vita di tutti, ad aumentare le rendite immobiliari, ma non i redditi dei cittadini meno abbienti.

È una questione di poteri o meglio una questione di Progetto?

Ma allora c’è una strada che questa volta parti da Roma e vi ritorni con una visione, un progetto della città che riesca a darle un ruolo e un posizionamento globale moderno, attuale e futuribile? Tante le proposte sin da quando nel 1808 Roma fu presa dai francesi di Napoleone e poi dal 1870 senza mai risolvere il duplice tema di fondo: il disegno del Paese per la propria capitale e il progetto dei romani per la propria città. Come accennato, il ventennio fascista tracciò un percorso (pur se pieno di contraddizioni e marcato dalla mancanza di libertà e dalla demagogia), prima e dopo praticamente niente da questo punto di vista. Ora dopo decenni un disegno di legge costituzionale che ha il consenso di buona parte dei partiti, darebbe poteri particolari alla capitale, consentendole di decidere da sola su una serie significativa di temi (dall’urbanistica ai trasporti, dall’edilizia popolare al turismo e via dicendo), poteri accompagnati da risorse che dovrebbero arrivare invece con una legge ordinaria che tra l’altro prevederebbe anche una riorganizzazione della macchina comunale e della suddivisione territoriale. Ma serve questo a Roma? È una questione di poteri o meglio una questione di Progetto? Perché il Parlamento non definisce, d’intesa con l’Assemblea Capitolina, che cosa vuole dalla sua Capitale? Che ruolo, che funzioni (oltre quelle naturali) che posizionamento nell’ambito delle città e capitali globali? Questo il nodo nazionale che così non si scioglierà, ma sarà, se sarà, solo una questione di poteri. Per fare cosa, quale progetto, quale dimensione socio-economica e culturale e di benessere non è dato da prevedere. Le risorse non dovrebbero servire solo per infrastrutturarla, ma soprattutto per creare e valorizzare opportunità di sviluppo culturale e socioeconomico.

Il progetto Rifkin, un approccio olistico alla transizione verso un’economia a zero emissioni

A dire il vero, oltre le varie proposte predisposte da intellettuali e politici (da Tocci a Raimo, da Delzio a Macchiati, da Caudo a Vittadini solo per citare tra gli ultimi) ce n’è stata una particolare per il suo grado di innovazione che fu quella di Jeremy Rifkin nel 2010 che presentava così il suo progetto: «La missione è quella di preparare Roma al passaggio ad un’economia post-carbone della Terza rivoluzione industriale tra oggi e il 2050, e di trasformarla nella prima città dell’Era della Biosfera», un piano che prevedeva un approccio olistico alla transizione verso un’economia a zero emissioni, integrando tecnologie avanzate, energie rinnovabili e un nuovo modello di sviluppo urbano sostenibile. Un progetto che aveva una visione rivoluzionaria in grado di dare un nuovo ruolo alla città, innovandone sostanzialmente il ciclo economico e sociale oltre a quello ambientale, anticipando i tempi e portando forti innovazioni.

Rimane il dubbio che continui a serpeggiare la voglia di una Roma “imperiale”, centro del mondo, mentre invece bisogna ridimensionarci consapevoli di chi siamo, oltre di chi siamo stati

Forse dalla proposta di Rifkin bisognerebbe ripartire non solo per recuperare la strategia di una città ecocompatibile tanto più oggi che il cambiamento climatico bussa sempre più alla porta (anzi è già entrato), quanto per il coraggio di innovare. Certo rimane il dubbio di fondo che continui a serpeggiare la voglia di ritornare ad avere una Roma “imperiale”, centro del mondo, mentre invece bisogna ridimensionarci consapevoli di chi siamo oltre di chi siamo stati. Per partire e arrivare a individuare il Progetto dovrebbero verificarsi alcune condizioni e si dovrebbe condividere un percorso: costruire un nuovo patto sociale[6]; essere consapevoli del reale ruolo possibile; gestire un processo forte di partecipazione dei cittadini. Il tutto partendo da quello che siamo noi romani e quello che abbiamo e che esiste intorno a noi: il giacimento culturale, la situazione geopolitica, economica e culturale, la situazione ambientale, le previsioni possibili. Sono queste alcune delle condizioni probabilmente che consentirebbero di innescare quei flussi complessi che porterebbero i romani a quel cambiamento che gli consentirebbe di realizzare una città globale moderna e con una sua precisa identità – e quindi anche un brand che oggi, malgrado tutto, non ha – e non a ritornare a glorie passate che invece non potranno ripetersi più.

[1] Sassen S. (2010), Le città nell’economia globale, Il Mulino- Bologna  

[2] Vidotto V. (2006), Roma contemporanea, Laterza, Roma-Bari (p. 287-288).

[3] Cederna A. (1979), Mussolini urbanista. Lo sventramento di Roma negli anni del consenso – Laterza, Roma-Bari 

[4] De Masi D. (2019), Roma 2030. Il destino della capitale nel prossimo futuro, Einaudi, Torino (pos. 916-917).

[5] Lo Smart City Index (a cura dello Smart City Observatory, espressione del World Competitiveness Center della School of Management svizzera IMD insieme alla Singapore University of Technology and Design) nel 2025 include 146 città di tutto il mondo.

[6] Si rimanda a Andrea Capussela nel suo saggio Declino. Una storia italiana (Luiss University Press -2019) circa l’equilibrio sociale ed economico in Italia che rimarrà tale fino a che non si innescheranno quei meccanismi di cambiamento che potranno invertire la «spirale» attuale: cittadini soddisfatti e élite ricche.


https://www.leurispes.it/roma-citta-globale-ma-serve-un-progetto/

mercoledì 15 gennaio 2025

ROMA DEVE E POTRÀ FARE DI PIÙ PER INTEGRARE LE RETI SU FERRO. IL RUOLO DELLA CONSULTAZIONE E DELLA FORMAZIONE DEL PERSONALE (Intervista)



Si è chiuso un anno complicato: l’avvio di molti lavori in co-finanziamento PNRR, ed in particolare a Roma quelli legati ai finanziamenti per il Giubileo hanno impegnato molte aziende del trasporto pubblico in progetti strutturali, nell’acquisto di nuovo materiale rotabile mentre è sempre più diffuso l’impiego di tecnologie di mobilità più efficienti. I clienti sembrano essere ritornati tutti dopo il crollo dovuto alla Pandemia.Possiamo fare un bilancio dell’anno appena trascorso nel grande comparto della Mobilità nella Capitale?

Per i romani è stato certamente un anno difficile come lo è stato anche per l’Amministrazione comunale e nello specifico per l’Assessorato alla Mobilità che ha dovuto gestire le varie tematiche, spesso divenute problematiche, per realizzare i progetti e gli interventi previsti. Una città abbandonata a sé stessa almeno negli ultimi quindici – venti anni dove neanche gli interventi di manutenzione ordinaria erano diventati “normali”, figuriamoci la programmazione e la progettazione. Solo il PUMS (Piano Urbano della Mobilità Sostenibilità) ha visto la luce nel 2019 per poi essere definitivamente approvato nel 2022. Troppo poco. E così “approfittando” dei fondi del PNRR e per il Giubileo (ma anche di fondi nazionali) sin dal 2021 è stata avviata una serie di interventi che dovevano e in parte devono ancora provvedere a rimediare principalmente all’invecchiamento del parco veicoli (bus, tram e metro), ad una manutenzione inadeguata sia delle infrastrutture, sia dei mezzi e a nuove infrastrutture, il tutto con forti carenze di personale sia in quantità sia in qualità e qualifiche adeguate alla mole di lavoro. 

Ovvio che poi il traguardo dell’apertura dell’Anno Santo se da un lato è stato uno stimolo, dall’altro ha generato uno sforzo notevole da parte del Comune e una pazienza incredibile da parte dei romani. Un bilancio è fattibile ed è positivo, ma solo nella consapevolezza che in questo settore i tempi sono lunghi (progettazione e appalti e quindi realizzazione di infrastrutture o costruzione di mezzi quali bus, tram o metro) e che conseguentemente molti dei lavori sono ancora in corso. 

Ciò premesso certamente anche alcune criticità sono emerse principalmente imputabili alle carenze generali di personale, ma anche, per assurdo, alle stesse scadenze prima del Giubileo e poi a quella del PNRR nel 2026: la fretta non ha consentito una partecipazione adeguata della popolazione alla definizione degli interventi in particolare infrastrutturali il che ha rischiato e rischierà (insieme alle problematiche del personale) di avere o progetti carenti o tempi non rispettati. A queste da aggiungere, e non è poco, la mancata integrazione complessiva con il gruppo FS che a Roma ha, e molto di più potrebbe avere, un ruolo fondamentale per un assetto adeguato della mobilità nell’intera area metropolitana partendo dai suoi 600 km di binari, 91 stazioni e 8 linee regionali.

Che previsioni si sente di fare per i tanti progetti in campo a Roma per il 2025?

Certamente si continueranno a vedere sempre di più i risultati dei vari appalti, iniziando dall’apertura della fermata della linea C al Colosseo e specie sul lato consegne dei mezzi, mentre tutti gli altri lavori per i tram e la stessa linea C andranno avanti. Ci sono però almeno quattro aspetti che andrebbero presi meglio in considerazione. Il primo è quello, come ho già accennato, di un maggiore partecipazione e coinvolgimento della popolazione sui nuovi progetti. Nel 2024 abbiamo fatto con l’Assessorato alla Mobilità un esperimento, a mio avviso molto ben riuscito, che è stato quello della consultazione per il progetto del TVA, il tram che collegherà Termini con il Vaticano e il quartiere Aurelio. Cinque giornate dove decine di associazioni civiche e cittadini hanno presentato le loro proposte di miglioramento, ovvero le loro critiche e dove con grande disponibilità le stesse sono state poi prese in considerazione dai tecnici comunali per migliorare il progetto iniziale cosa che, per una prima parte finalmente, sarà nelle prossime settimane portato in Conferenza dei Servizi. Perché non prendere questo esempio e ripeterlo su altri interventi? Non è solo un problema di fare quello che la legge prevede per i dibattiti pubblici, è coinvolgere i cittadini nel miglioramento, o come dice il Sindaco, nella trasformazione della città.  Un miglioramento assicurato sia perché i contributi tecnici possono farlo (nessuno è perfetto), sia perché così la popolazione si sente coinvolta e conseguentemente fa suo il progetto (che poi è suo). Il tutto senza perdite di tempo, anzi l’esperienza ci ha insegnato che se ne può guadagnare perché si ottimizzano parallelamente il progetto tecnico e il consenso. 

Il secondo tema è quello del personale e della relativa organizzazione, un tema difficile da gestire e risolvere, ma sul quale non è pensabile di lasciare le cose come stanno. Servono più persone, qualificate e organizzate. I benefici ci sarebbero per tutti sia economici sia sociali e finalmente l’asticella dell’utilizzo del trasporto pubblico a Roma inizierebbe decisamente a salire.

Il terzo aspetto è quello di un’integrazione più forte e più adeguata alle esigenze romane che va portata a termine con il gruppo FS e RFI in particolare. Le potenzialità sono enormi sia dal punto di vista della mobilità urbana e metropolitana sia da quello urbanistico e dei servizi in particolare nelle periferie. Potrebbe essere una rivoluzione solo pensando a quello che le nuove tecnologie stanno già portando e ancora di più se il tutto venisse programmato insieme. Ferrovie, metropolitane e tram sono l’essenza di una rivoluzione con il ferro se integrati a sistema. Le metro da sole non bastano, costano tanto e per realizzarle ci vuole tanto tempo. Di esempi virtuosi anche qui ce ne sono stati nel passato, quindi si possono ripetere adeguandoli all’oggi. Non si possono far passare e perdere troppi treni come sta continuando ad accadere nella incredibile e impossibile storia della metropolitana Roma-Lido di Ostia addirittura data in ristrutturazione alla Regione (e per chi non lo sapesse siamo sempre all’interno dei confini comunali) e con formule gestionali perlomeno arzigogolate che comunque finora non hanno portato a nessun risultato concreto di funzionamento.

E infine, il tema del marketing e della conseguente comunicazione. Non può essere sufficiente un solo stanziamento di 0,5 milioni di € per tre anni appena deliberato per fare comunicazione sulla mobilità e sulla sostenibilità ambientale in una città dove il TPL è purtroppo noto molto più per le sue carenze e criticità che non per il suo funzionamento. Occorre predisporre un vero e proprio piano di marketing con oggetto il TPL al quale fare seguire campagne di comunicazione per informare e comunicare a tutti i cittadini che le cose sono cambiate e cambieranno in meglio. Certo poi alle parole dovranno seguire in parallelo i fatti. Conta solo quanti passeggeri in più ci sono, non quante infrastrutture. E su questo un confronto con le previsioni del PUMS (anche se superato dal PUMS della Città Metropolitana di recente) sarebbe auspicabile e necessario per non perdere l’obiettivo di base. 

(MOBILITY - 15 GENNAIO 2025)