ROMA, IL CORAGGIO DI CAMBIARE - Cosa fare per rendere la città moderna, sostenibile, europea (INTRODUZIONE)
Introduzione
Al di là della breve favola del robot, peraltro una realtà dei nostri giorni, oramai per Roma in effetti “nun c’è trippa pe’ gatti”. I romani e i loro ospiti hanno sempre maggiori difficoltà a vivere e soggiornare a Roma, una città che non riesce a offrire quei servizi fondamentali di qualità che occorrono nel XXI secolo nella capitale di uno dei più importanti Paesi europei.
La frase, diventata poi famosa in tutta Italia, fu pronunciata da Ernesto Nathan, tra i migliori sindaci che Roma ha avuto nella sua storia unitaria nazionale, mentre cercava le risorse per migliorare la città, oggi torna drammaticamente di moda di fronte alla realtà che si ha di fronte .
Il tutto avviene in un contesto globale pieno di incertezze e paure, dove la globalizzazione, la finanza, la tecnica e il capitalismo liberistico sono andati negli ultimi anni un po' troppo spesso fuori strada causando blocchi e tensioni, insicurezze e timori di fronte a un senso del futuro incerto, dove l’unica certezza è l’insostenibilità ambientale, sociale ed economica. Nel frattempo, però, altre città sono diventate più attrattive, moderne e funzionanti, oltre che belle e spettacolari, e Roma rischia così di affogare, insieme ai suoi abitanti e ai turisti che scappano quasi subito, nell’ignoranza e nell’ignavia. Molti, troppi dati ci raccontano infatti di una città, sempre più ferma e imbalsamata, provinciale, non quella con una storia incredibile e oggi capitale d’Italia. E purtroppo anche il Paese non sta molto meglio, specie ora che la situazione si è aggravata ancora di più con l’arrivo improvviso della pandemia.
Partiti e politici locali, associazioni e organismi di varia identità, esperti (con giornalisti, urbanisti e sociologi in prima linea ) hanno provato e continuano a provare a trovare la soluzione per riformare la città nella sua governance e per il suo sviluppo, ma i risultati sono stati troppo spesso grami se non negativi specie nell’ultimo decennio e il tutto è confermato da qualsiasi confronto internazionale e europeo, anche sul turismo rispetto al quale Roma dovrebbe invece uscire vincente.
Si è voluto continuare con i classici e oramai vecchi approcci derivanti dalla cultura politica nata nell’Ottocento e consolidatasi nel Novecento, perdendo piano piano prima, e poi più velocemente, le innovazioni nel frattempo intervenute e che a Roma, e in parte anche in Italia, ci siamo lasciati sfuggire.
Complessità, sistematicità, innovazione, velocità, digitale, parità di genere, partecipazione, condivisione, reti, organizzazione, multidisciplinarietà, programmazione, responsabilità sono parole che corrispondono ai concetti moderni che si sono affermati nelle città più progredite e sostenibili del pianeta (che sono poi le stesse e spesso europee), mentre a Roma sono rimaste nei libri degli esperti e nelle ricerche dei centri studi.
La stessa programmazione, oramai una cultura consolidata in Europa, è rimasta una leggenda, come dimostra l’analisi dei programmi elettorali dei sindaci e la storia dei piani regolatori generali, di cui nessuno è stato attuato se non in poche parti. Vince in generale la ricerca del consenso più che l’impegno su una proposta, su un progetto per la città con i relativi interventi da realizzare negli anni successivi. E al momento finale (spesso solo cerniera per una nuova campagna elettorale locale o nazionale che sia) si rendiconta quello fatto, a prescindere se programmato o meno. Vince in generale la fotografia del momento, il “tempo reale”, non il film della programmazione e dell’impegno politico e umano. In altri Paesi non è così.
Si rende allora necessario sperimentare metodi innovativi con una classe dirigente e politica che abbia il coraggio del cambiamento per il benessere dei cittadini. A fianco quelle competenze in grado di gestirne la complessità con le varie tematiche specialistiche (tecniche, economiche, amministrative, relazionali, esperienziali) necessarie per rompere la cappa dell’immobilismo e renderla finalmente moderna, sostenibile, europea e competitiva. Competenze di gestione della complessità per saper vedere nel futuro e attuare nel presente. Quello che si propone al mondo della politica romana, e più in generale alla classe dirigente della città, è un approccio diverso da quello utilizzato finora per governare la città specie negli ultimi 10-15 anni quando sul Campidoglio sono salite forze di ogni parte politica. Il paradigma del mondo sta velocemente cambiando, un’accelerazione che qui da noi in Italia sta continuando ad avvenire troppo piano e da più o meno trent’anni. Per questo appare necessario che la politica accetti di aprire le sue porte dorate dell’arte di governo (che - come afferma Morin - è l’unica che purtroppo non ha mai prodotto nessun capolavoro) e faccia entrare materie che le consentano di gestire meglio la complessità del mondo attuale. Una nuova politica che, orfana oramai da decenni delle ideologie, prenda in considerazione il concetto dell’amministrazione del bene comune. Diventi ovvero portatrice di valori quali la libertà e la democrazia, l’interculturalità e l’identità, la cultura e la capacità critica, consapevole che “uno non vale uno”. Una politica che, mantenendo il suo ruolo di governo dovrebbe accentuare le caratteristiche di multidisciplinarietà, sistematicità e complessità anche per meglio gestire l’ottimizzazione della relazione tra pubblico e privato. Ecco questo saggio vuole essere un primo esperimento al riguardo, percorrendo l’intero viaggio che si potrebbe fare mettendo a sistema politica e management. Un viaggio dimostrativo dove spesso l’oggetto delle proposte è illustrato in modo alternativo proprio perché la scelta e la decisione sta alla politica e al popolo.
Una strada per portare Roma a essere moderna (nell’accezione di essere peculiare del nostro tempo soprattutto rispetto alle tematiche di progresso e evoluzione) e sostenibile - una certezza assoluta diventarlo - e quindi competitiva, una città che oggi è capitale di un Paese importante in Europa di 2,8 milioni di abitanti oramai da cinquant’anni, e 4,3 in tutta l’area metropolitana, una città piena di storia, testimonianze culturali e bellezze ideate e realizzate prima durante la repubblica e l’Impero romano (800-1.200 anni fa) e poi dalla Chiesa (350-550 anni fa). Una città divenuta capitale d’Italia centocinquant’anni orsono, piena di risorse e potenzialità troppo spesso inespresse poiché troppo spesso ha vissuto e vive paralizzata dalla sua stessa storia, nei ricordi di una cultura che in buona parte non c’è più e quasi sempre non è stata capace di scegliere i suoi obiettivi, con una visione diversa da quella della conservazione del potere e delle rendite precostituite, plagiata e stuprata dalla demagogia fascista. Scrive Vittorio Vidotto (2006, p. VIII) a proposito dei condizionamenti e della dimensione simbolica di Roma: “Proprio la rilevanza della componente mitica stabilisce un rapporto complesso e irrisolto fra le suggestioni del passato e le nuove ambizioni, fra il peso della storia e le ansie di modernità”. Una capitale “inevitabile” e “malamata” perché mai ben voluta e mai da tutti voluta come ricorda Vittorio Emiliani (2018, pos. 70). “Verità storica vuole che Parigi e Londra siano capitali da secoli e secoli, le quali hanno creato, costruito attorno a sé lo Stato ... Non sono state imposte, come Roma, alla fine del nuovissimo Stato nazionale, quale coronamento del processo unitario per ragioni storiche, ideali e politiche. Quando lo Stato stesso risultava ancora un cantiere di lavori in corso, nelle condizioni storicamente più difficili, fra diversità socio-economiche abissali. E con un carico di divisioni secolari, prima coi liberi Comuni e con le Repubbliche, poi con le Signorie, infine con Regni, Granducati, Ducati, macro-regioni dell’Impero austro-ungarico e una teocrazia pontificia (l’ultima a cadere) profondamente radicata nei beni e nei patrimoni terreni. Il contrario evidente della modernizzazione dello Stato e del costume avvenuta nel secolo dei lumi”.
Ma altrettanto fondamentale per Roma è essere ancora oggi comunque un unicum mondiale e da oltre mille e duecento anni il centro della cristianità, della sua cultura, del suo spirito, della sua organizzazione e delle sue radici.
E da qui che vorremmo partire separando preliminarmente i due temi da affrontare: da un lato il peso specifico della “rilevanza della componente mitica” e religiosa e dall’altro “le ansie della modernità”. Da un lato il tesoro del mito, della cultura e dell’arte immensa e incommensurabile che porta il segno di questo nome e ne rimane radicalmente testimonianza anche materiale, tesoro da conservare e valorizzare e sul quale anche far leva per rendere modernamente competitiva la città. E insieme l’immagine e la sostanza di centro della Chiesa cattolica romana e del suo ruolo e della sua rilevanza nel mondo. Una città “che ha bisogno di essere capita. Liberata da tutte le false credenze e gli stereotipi che ne celano la natura più autentica. Solo accostandosi, camminando con curiosità, osservando oltre le superfici, ascoltandone le ragioni, Roma si lascerà vedere” afferma Francesco Rutelli nell’introduzione del suo recente libro su Roma (Rutelli, 2020). Dall’altro lato la modernità che ha bisogno di una visione che oramai, anche a causa della decrescita demografica e dell’impatto del Covid-19 sul lavoro (con le riorganizzazioni aziendali negli uffici derivanti dall’applicazione dello smart working che comunque sarebbero arrivate tra pochi mesi), non potrà più fare leva sulle rendite patrimoniali e immobiliari e sul turismo. È uno sforzo che va fatto anche per sconfiggere molti di quei metodi e atteggiamenti finalizzati solo a non cambiare e innovare la città. Ci sono stati nel passato periodi, pur se brevi, nei quali la città, dopo l’unità d’Italia, era o stava per ridiventare moderna (con Nathan sindaco nei primi del Novecento, poi con Argan e Petroselli nella prima metà degli anni Ottanta e con Rutelli e in parte Veltroni negli anni Novanta e primi del 2000) e questo dimostra che non è impossibile provarci, anche se oggi con un approccio diverso. Per farlo c’è bisogno, come accennato, di adottare un metodo “altro” e per certi versi innovativo, scientifico e manageriale. Occorre per questo una notevole dose di sistematicità e cultura per conoscerne la storia (senza per forza essere romani), confrontarsi internazionalmente, considerarne i fattori critici di successo, le debolezze, le opportunità e i rischi, esplorare scenari futuri anche alternativi, predisporre una programmazione reale con bilanci economici coerenti, definire le priorità e avere persone competenti, responsabili e organizzate. È incredibile che nei programmi elettorali presentati dagli ultimi quattro sindaci non ci sia traccia, se non talvolta, di una visione, di uno o più obiettivi strategici, di un’idea di città, ma troppo spesso di una lista di proposte e progetti settoriali. In questi casi non è la somma che fa il totale, come nella fisica quantistica. E’ da tempo che la città non è più disegnata dai politici e dagli urbanisti. Le dimensioni urbane non sono solo più ideologiche e spaziali e neanche economiche. Sono tendenzialmente infinite le variabili in gioco apportate dai cambiamenti in atto, dagli abitanti, dalle condizioni ambientali e sono contemporaneamente locali, territoriali, nazionali, continentali e globali. Lo sviluppo umano si è concentrato nelle megaregioni urbane “scoperte” da Florida e la cui gestione, anche per sottosistemi, ha livelli di complessità molto elevati. E’ in questo contesto che occorre prendere “il toro per le corna” con una visione a medio-lungo termine proposta da una squadra diretta da una personalità adeguata che ascolti, immagini e proponga ai romani gli interventi e le azioni necessarie partendo dalle priorità indiscutibili e con un metodo moderno, attui quanto accettato e deciso, da aggiornare cammin facendo. Si tratta di accettare la nuova “scienza del governo della città complessa” come l’ha definita Dioguardi come contributo da integrare nella gestione dei territori. Alla politica, oramai vedova delle vecchie ideologie morte e solo in parte sepolte, la ricerca e la proposta della visione da concordare con donne e uomini, giovani e anziani, imprenditori e commercianti, artigiani e lavoratori, turisti e immigrati, alla managerialità il compito dell’attuazione, da controllare e correggere in corso d’opera. Un metodo - quello dell’urban management - non settorializzato, ma integrato e biunivoco focalizzato su quattro aspetti specifici:
– l’innovazione metodologica complessiva;
– l’approccio sistemico tra il “progetto” generale e le singole azioni;
– le priorità indispensabili per ricreare le condizioni di base sulle quali costruire il futuro che nascono da analisi precise e non da eccessi di creatività o da interessi di parte;
– una modalità gestionale e di rete per mantenere la rotta.
Temi ai quali unire il coraggio del cambiamento.
Il saggio si apre con un capitolo dedicato alla situazione attuale di Roma premettendo una breve storia dalla presa di Porta Pia centocinquant’anni orsono. Lo merita l’anniversario, ma lo esige l’impostazione di questo saggio, anche se non scritto da uno storico. A seguire, dopo alcuni brevi cenni sugli scenari globali in forte cambiamento che influenzeranno la vita della città e dei romani, una sintetica illustrazione della non eccellente situazione italiana negli ultimi anni raccontataci dai dati di confronto internazionale. Quindi un’analisi dell’attuale posizionamento di Roma a confronto - sconfortante in vero - con le altre principali città nel mondo e con le capitali in Europa, tra cui Berlino, Madrid e Varsavia, le uniche paragonabili per dimensione della popolazione e della superficie. Sempre nel primo capitolo, poi, un’analisi delle cose che vanno e che non vanno, evidenziate da un confronto analitico, una breve fotografia della situazione economica del Comune (per vedere quante sono le risorse anche per “la trippa per i gatti”), uno sguardo ai programmi degli ultimi sindaci e al loro livello di attuazione per finire con le ipotetiche previsioni per il dopo Covid-19, ancora in fieri, ma indispensabili per iniziare a capire quali le carenze più grandi da colmare. Capire poi con chi si ha a che fare - i romani - è una domanda necessaria, ma alla quale non è facile rispondere.
Nel secondo capitolo, dopo alcuni scenari su come esperti e istituti di ricerca immaginano le città nel prossimo futuro, viene affrontato il tema della gestione di una città che oggi necessita di un approccio sistemico, complesso e organizzativo, con know-how e una cultura innovativa e manageriale adeguata. Un metodo da prendere con la “mano complessa”, certificando anche sperimentalmente i processi di ideazione, analisi, progettazione, realizzazione e gestione degli interventi. Un sistema purtroppo inconsueto per Roma. Un nuovo metodo quello proposto che, valorizzando l’identità, la gestione, la sistematicità e la sperimentazione, cerchi di innovare i metodi e sistemi di governance finora utilizzati. Il tutto finalizzato all’obiettivo della sostenibilità integrata nel 2030, grazie ai comportamenti individuali e collettivi delle imprese e della pubblica amministrazione, tenendo in conto i rischi del cambiamento climatico e dopo essersi anche lasciati scappare l’opportunità di realizzare il Master plan predisposto da Jeremy Rifkin nel 2011.
Nel terzo capitolo il lavoro si concentra sulle sette priorità che scaturiscono dalla pressante e sempre costante domanda dei cittadini, dagli indicatori europei di misurazione dei 17 obiettivi dell’Agenda 2030, dalle deficienze riscontrate dalle classifiche internazionali e dai confronti tra aree metropolitane europee. Tra le tante, troppe cose da fare a Roma e considerando l’impatto causato dalla pandemia, un programma prossimo dovrà necessariamente e urgentemente quindi ripensare a quelle tematiche base quali:
– un progetto e una visione a medio-lungo termine;
– la vitalizzazione delle periferie (parlare di rigenerazione di zone urbane che non hanno mai avuto un’identità e una vita propria se non quella dell’abitare è un ossimoro e forse esprime un inconscio senso di colpa) dotandole dei servizi necessari e di un’identità, creando finalmente un sistema-città unitario e complessivo;
– un’accessibilità adeguata;
– la pulizia come presupposto per il ben vivere;
– la promozione di una cultura viva atta a generare innovazione e cambiamento;
– la modernizzazione delle micro, piccole e medie imprese;
– la valorizzazione dell’immenso patrimonio esistente dei beni culturali e del turismo.
Sono priorità e bisogni che vanno soddisfatti con la massima urgenza e in modo moderno e allineato agli standard internazionali e con un approccio partecipato e condiviso realizzato grazie ai programmi attuati e non solo declamati.
Nel quarto e ultimo capitolo infine vengono affrontati i temi necessari per avviare il cambiamento quali la capacità di gestirne l’attuazione, un nuovo indispensabile “patto di condivisione” tra le élite cittadine e nazionali e la gente per portare Roma fuori dal marasma con progetti e programmi fattibili, la riorganizzazione della macchina organizzativa comunale (anche con la leva di una legge nazionale che corregga a aggiusti il tiro di quanto già c’è, ma che soprattutto dica cosa lo Stato vuole per e da Roma) con un occhio particolare ai prossimi anni quando si dovrà affrontare la ricostruzione post Covid-19. La creazione di un nuovo organismo indipendente e volontario potrebbe dare il suo contributo monitorando i programmi declamati nella loro attuazione per verificarne sostenibilità, risorse e tempistica e diffondendo conoscenza e formazione per tutti.
Certo insieme a tutte le proposte, le idee e i progetti per i romani non bisognerà comunque dimenticarsi quello che Obama ricordava citando Roosevelt: “che per fare uscire l’America dalla depressione non era tanto importante applicare alla perfezione ogni misura del New Deal, quanto trasmettere sicurezza e fiducia e convincere l’opinione pubblica che il governo sapeva come gestire la situazione. E sapeva che in tempi di crisi le persone hanno bisogno di una narrazione capace di dare un senso alla loro sofferenza” .
Con questo ultimo suggerimento e con questo bagaglio proviamo a seguire i consigli che ci ha dato il nostro amico robot SC2050. Oltre l’approccio metodologico ci sono anche delle proposte specifiche e operative nella declinazione delle sette priorità provenienti da precedenti esperienze o da suggerimenti e progetti emersi nella lettura di altri testi. Qualcuna potrebbe essere buona, altre non ricevibili. Che si considerino degli esempi. La sfida che lanciamo qui alla classe dirigente, e insieme a tutti noi romani, è che si abbia finalmente il coraggio di avere una visione e dei conseguenti progetti, li si gestisca organizzandosi adeguatamente consci della relativa complessità, accettando il rischio di realizzarli per finalmente cambiare il volto oramai decrepito e fallimentare di una città che non lo merita anche se è eterna. Non la provochiamo troppo.
È un contributo a chi si candida a terminare il lavoro che si sarebbe dovuto fare dopo la breccia di quel mitico giorno del settembre del 1870, a chi questo lavoro da dirigente e funzionario pubblico e privato già lo fa e a tutti coloro volontari e non che ogni giorno lavorano e lottano per avere una città migliore ricordandogli - parafrasando Françoise Sagan e Alan Kay - di chiudere le porte alle spalle per poter finalmente spalancare le finestre sul futuro che bisogna inventare. Non è impossibile, tanto più in questa fase storica di cambio di paradigma e delle condizioni sociali ed economiche che hanno caratterizzato Roma sin da quando divenne capitale.

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