AFFERRARE IL CONTEMPORANEO CON LA MANO COMPLESSA






A Luigi Pellegrin, un grande visionario che oggi ci manca.

IL CONTESTO
Agli inizi del terzo millennio ci troviamo di fronte a due realtà con le quali interagire per poter cercare di gestire i fenomeni di sviluppo urbani e territoriali. Da un lato una realtà fisica e materiale: miliardi di persone che si muovono da una città all’altra in pochi minuti o in poche ore: una Terra che non è più blu, bianca e verde, ma blu, bianca, marrone e grigia. Nuova foreste stanno invadendo la Terra: le foreste urbane che, almeno in Europa, e non solo sono un unicum tra città e territorio (Salzano) . Il vecchio centro, in Europa anche con una notevole storia alle spalle, così come la città consolidata dell’Ottocento e del Novecento devono reinventarsi e innovarsi perché nel frattempo, nel territorio, a una distanza anche lontana ma ormai interconnessa in tempo reale, le vecchie periferie si sono trasformate in altre città e paesi autonomi, ma interrelati.  Dall’altro lato abbiamo la realtà culturale e socio-economica che vede le nostre vite caratterizzate da notevoli complessità, accompagnate da incertezze diffuse e dalla mancanza di norme di comportamento condivise. In una bella fetta del mondo terminano i bisogni del mangiare, dell’alloggio, si consuma, si viaggia, si sperpera.(Melograni) . Non esistono più Stati, istituzioni, partiti, ma sempre più movimenti globali che mettono in rete persone che hanno interessi comuni, ovvero che sostengono tesi ideali e politiche condivise per un futuro migliore quali sono il movimento dei verdi e quello delle donne. (Bauman, Touraine)  . Vivere giorno per giorno, vivere l’“attimo fuggente”, è l’unica strategia possibile dell’«uomo desideroso di libertà» di Bauman, che esalta l’indipendenza da ogni legame e la liberta massima di movimento per essere sempre pronti a adeguarsi alla realtà che incontriamo  . In questo quadro complessivo nuovi modelli (?) di riferimento per lo sviluppo socio-economico stanno emergendo sia in Europa sia negli Stati Unti basati su formule di interrelazioni umane accompagnate da una rilettura della “mano invisibile” di Smith. Mi riferisco al filone dell’economia civile che propugna nuove forme di mercato basate sulla ri-scoperta del dono e della gratuità delle persone (Zamagni e Bruni  ), e al bisogno improrogabile di reinventare il capitalismo e innescare una nuova crescita, integrando il concetto di progresso economico e progresso sociale, sostenendo che è l’intera società attuale suddivisa in pubblico e privato, amministrazione della cosa pubblica e imprese private, ma anche imprese sociali, che deve rivisitare le loro attuali posizioni e interazioni considerando il progresso come una obiettivo unitario e integrato e non come derivata di una lotta tra opposte concezioni, tra permessi e licenze, tra profitto e rendicontazione sociale. (Kramer, Porter, Rifkin, Tapscott) . Sono concetti innovativi. Sono segnali ancora non molto vistosi che però iniziano a far intuire alcuni possibili nuovi percorsi, nuovi comportamenti, nuove fedeltà. Collaborazione, empatia, assertività, sociale, qualità, rete, sistemi, integrazione, indipendenza, sono alcuni ingredienti di questi percorsi ancora da costruire. 
L’APPROCCIO
Ebbene, se il quadro che abbiamo finora delineato proviamo a traslarlo nel sottosistema delle modalità di gestione delle città e dei territori, emerge con forza la necessità di abbandonare le vecchie certezze e i vecchi manuali per entrare in una sfera di approcci possibili e processi probabili. Sono necessari interventi sostenibili, che richiedono nuovi approcci e nuove metodologie. Per qualsiasi intervento sul territorio è necessario riqualificare l’organizzazione e i processi, coinvolgendo équipe multidisciplinari e spesso anche multiculturali che, una volta chiarito l’obiettivo e la strategia da raggiungere, lavorino in forme integrate costituendo una rete per la realizzazione dell’intervento. Questo, dunque, sarà non la semplice somma di diversi addendi, ma una funzione complessa primaria, integrata a sua volta da una funzione secondaria, derivante e conseguente dalla primaria. E uno dei capisaldi del nuovo approccio è quello di entrare definitivamente nell’ordine di idee di “rovesciare la piramide” del processo della cosi detta “domanda” delle persone, della gente,  i cui bisogni primari sono stati ormai sostanzialmente soddisfatti, così come è stato abbattuto lo zoccolo duro dell’ignoranza. Fin da ora e sempre più in futuro, la gente chiederà qualcosa difficilmente definibile, forse più un’ “esperienza” che non una città o uno spazio fisico. Le regole fisse, i manuali, le leggi stesse, non servono più per indirizzare e controllare le azioni degli individui, ma dovrebbero poter mutare per lasciarli liberi di agire responsabilmente. Rifkin definisce questo “nuovo individuo” come un essere proteiforme.   Occorrono dunque strumenti e segnali che consentano approcci “mobili”, in divenire, e siano di supporto alle decisioni: strumenti di monitoraggio e di misurazione della soddisfazione dei destinatari degli interventi, che tengano conto delle trasformazioni e delle esperienze di ciascuno. I territori postmoderni sono work in progress continui, e se i contenuti possono spesso essere oggetto di scelte personalizzate, i processi devono invece essere gestiti. 
LA GESTIONE 
Certamente quello della gestione delle foreste urbane e in particolare delle aree maggiormente urbanizzate dalla presenza umana rappresenta, anche dal punto di vista sistemico il tema più complesso e articolato che evidenzia il rischio accentuato di un assetto caotico e disordinato come spesso avviene nelle città di grandi dimensioni e con scarsa attenzione alle tematiche della complessità (Taylor ). Una complessità che ci riporta alla metafora della foresta. Due in particolare sono gli ambiti che risultano chiari e sui quali potrebbero essere avviati approcci innovativi, passibili di portare a qualche risultato: l’ambito della gestione complessiva e l’ambito della gestione dei singoli interventi.  Per quanto riguarda il primo si tratta di prendere in conto almeno cinque tematiche indispensabili: identità, gestione, sistematicità, sperimentazione e partecipazione.  
L’identità. La città con tutta la sua storia, ma anche con tutto il suo presente e i suoi sogni per il futuro, la città come “scambiatore” della rete di un sistema storico e culturale di almeno tre civiltà e culture che hanno costruito l’Occidente. Città come sistema adattivo composta da una rete fatta di persone, monumenti, paesaggi, case, palazzi, strade, clima, storie e passaggi. Per far ciò serve anche e soprattutto avere un’identità per il futuro. Un’identità, appunto, che deve misurarsi con la globalizzazione e non solo con il passato, e connotarsi per un “qualcosa” che racconti e faccia vivere ai suoi abitanti, alle diverse comunità di interessi che compongono e scompongono e ai suoi turisti esperienze e aspirazioni, sogni e realtà che li proiettino in un futuro possibile frutto di una continuità (Romano ), che potrà dare una nuova forza vitale e identitaria. 
La gestione. La principale variabile strategica da considerare nell'intervento di riqualificazione risiede nel fatto che nessun effetto di ordine qualitativo è controllabile se non si gestisce realmente e concretamente il complesso dei fenomeni compresenti nell’azione trasformativa. Il fenomeno urbano non è, infatti, la pura e semplice sommatoria di funzioni distinte e separate, ma un insieme di interrelazioni funzionali che ha caratteristiche proprie di sistema aperto e adattivo. Organizzare e gestire i vari livelli di interfaccia tra le distinte funzioni sono dunque la vera sfida, e in ciò è chiaro il ruolo che deve assumere una rinnovata pubblica amministrazione (Cipollini, Rinaldi  ). E questo non è possibile con organizzazioni basate su principi di specializzazione e suddivisione delle funzioni appartenenti a ere vecchie e passate.
La sperimentazione. È la via per guardare il rovescio della medaglia dei tentativi, falliti nei decenni passati, di voler individuare prima, e gestire poi, leggi e normative teoricamente perfette. Il fenomeno della modificazione urbana, che comporta un’attività di trasformazione continua del tessuto, delle tipologie, della funzionalità, dell’architettura, è invece talmente complesso e articolato da non potersi trattare impiegando principi astratti, senza “sperimentarlo” e senza tentare le alternative plausibili sotto i vari aspetti sottoponendole alla prova della gestione del processo. 
La sistematicità. Sia sotto l’aspetto istituzionale-amministrativo e gestionale sia sotto quello tecnico, la riqualificazione delle aree urbane deve poter programmare e gestire gli interventi in modo sistematico e globale, superando la compartimentazione che tende a settorializzare, nella pratica di. intervento, gli aspetti urbanistici così come quelli ingegneristici, architettonici, impiantistici, sociali ed economici che invece presentano un grado di interrelazione e di intersistematicità talmente alto da risultare decisivo nella determinazione della qualità dell’insieme.
La governance e la partecipazione.  Sono le persone le protagoniste, il target, lo strumento, i beneficiari in corso e finali di ogni attività, azione e intervento nella foresta urbana. In particolare sia l’amministrazione pubblica, sia le imprese, sia le imprese a movente ideale (le così mal definite “non profit”) con le loro interrelazioni rappresentano il riferimento e l’equilibrio la cui stabilità è un fattore essenziale per garantire la riuscita delle azioni generali e specifiche, in quanto intervengono nella sua impostazione, elaborazione, realizzazione e gestione attiva e “utilizzata”. A tale proposito, il valore delle reti e la relativa plusvalenza determinata dalla quantità-qualità delle interrelazioni sono un’utile cerniera tra quanto avviene nei sistemi imprenditoriali e quanto dovrebbe avvenire tra reti e sistemi pubblici. Alla base vi è l’accettazione e la consapevolezza del “rovesciamento della piramide” del processo, accennato in precedenza. In particolare la tendenza verso l’autorganizzazione diventa conseguentemente sempre più forte anche per le organizzazioni che si occupano della gestione del territorio. (De Toni  - Savage  ).  Un’autorganizzazione in cui l’aspetto fondamentale è la capacità di responsabilizzarsi nel proprio ruolo e di collaborare con i ruoli altrui: ciò che conta è non solo e non tanto il tipo di organizzazione (gruppo di lavoro, ministero, impresa ecc.) e le modalità di funzionamento, ma “chi risponde a chi”. In questo contesto è utile, se non indispensabile, ripensare i modelli di governance incrementando notevolmente i livelli di responsabilizzazione rispetto agli obiettivi delle persone coinvolte, così come la loro collaborazione interfunzionale e la loro creatività. Altro aspetto fondamentale è quello della partecipazione di coloro che esprimono la domanda e la conseguente delicatezza dell’assunzione e gestione di azioni, politiche e interventi nelle “foreste urbane” dove vige l’individualismo di massa, dove ognuno si sente in diritto – giustamente – di realizzare i proprio sogni e desideri. È questo il tema del passaggio dalle “esperienze” alle “trasformazioni”, dalla “conoscenza” alla “saggezza” (Pine e Gilmore  ). Una partecipazione che si deve adattare di volta in volta alla situazione e all’obiettivo da perseguire, all’analisi delle persone coinvolte attivamente e passivamente, agli attori necessari e a quelli desiderati: la partecipazione come strategia, non come tecnica.  A proposito poi della gestione degli interventi la “mano”   nella complessità delle sue cinque “dita” (conoscere, analizzare, progettare, realizzare e gestire) è lo strumento a mio avviso attuale per approcciare gli interventi ponendo costante attenzione ad alcuni segnali fondamentali che aiutano a comprendere se la rotta che si sta percorrendo è quella voluta e da considerare per un approccio innovativo e complesso. Ogni intervento deve rappresentare un percorso all’interno di un sistema complesso aperto, dove le variabili in gioco possono mutare nel tempo richiesto per l’attuazione del progetto, ma dove ognuna di esse si relaziona con le altre in una fitta rete di persone e di esperienze. Non si tratta di entrare nel merito delle scelte (con i loro presupposti culturali e storici) e dei metodi del singolo progettista – architetto, ingegnere, economista o chi sia –, ma di padroneggiare un quadro di riferimento che consenta, al committente ma non solo, di intervenire in modo da raggiungere gli obiettivi con una sufficiente qualità integrata. Senza ricette predefinite, senza un metodo universale (Morin ).  Le differenze riguardano il tema, non l’approccio. Tuttavia, prima di arrivare a un approccio innovativo occorre decostruire quello che c’è, destrutturare il concetto di intervento che si è andato formando nei secoli passati. Questo ci consente di disporre sul tavolo le variabili in gioco composti da tematiche specialistiche, persone, ma anche tempi e luoghi, esperienze e tradizioni. Forse non sono tutte le variabili; forse domani ce ne saranno altre, e altre ancora non ci saranno più. Per ogni tema ce ne sono certamente un numero determinato e poi nei tempi che occorrono a un progetto per realizzarsi esse cambiano e variano, ma sempre all’interno del sistema progettuale, rispettandone obiettivi e bisogni. L’insieme degli elementi rappresenta un elenco, non esaustivo, di riferimento per percorrere l’intero iter. È un contenitore, una rete, un sistema al quale accedere per trarne le connessioni e i contenuti di base, i passaggi da compiere o da verificare per procedere verso l’obiettivo. Ognuno degli attori del processo ha la responsabilità di andare a individuare, in ogni passo del viaggio progettuale, gli elementi indispensabili a raggiungere l’obiettivo e a inserirli adeguatamente. Non esiste una lista certa, un manuale di riferimento; ci sono solo alcune caratteristiche di base da considerare ed eventualmente scegliere e realizzare. Queste possono – direi quasi devono – essere integrate da altre caratteristiche, che vanno individuate per rendere l’intervento adeguato ai suoi obiettivi specifici. Dunque, cercare di organizzare il processo di un intervento costituisce soltanto – in questo caso – il tentativo di “isolare” alcuni insiemi, alcuni “grappoli” di fasi temporali e di variabili-tematiche, per consentire di rendere più accessibile l’intero processo, e conseguentemente più realizzabile il singolo intervento. Le possibili interrelazioni tra le varie fasi cronotematiche all’interno di ciascun insieme del processo che riguarda ogni intervento nel territorio sono infinite.  Non c’è uno schema, non c’è il “manuale”, ma solo infinite possibili schematizzazioni delle varie alternative possibili.  La consapevolezza di agire in rete, in sistemi adattivi aperti, è allora la motivazione principale per cui la “mano”, può divenire una linea di riferimento nell’iter complessivo di tutti gli ambiti che interessano un intervento. Il primo (pianificatorio e progettuale) che presenta gradi di complessità maggiori il luogo virtuale dell’adattamento del sistema dell’intervento quale esso sia. Il secondo (costruire) che è una fase di transizione dal virtuale al materiale e il terzo (gestione e manutenzione) che presenta problematiche determinanti per ottimizzare la riuscita di un intervento. 


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