lunedì 15 luglio 2019

L’ANOVAZIONE VINCERA’? MEGLIO PICCOLE, MODERNE, DIGITALI E SOSTENIBILI



(in Quaderni di ricerca sull'artigianato- fascicolo 3, n. 83 -settembre-dicembre 2019)

ABSTRACT

L’articolo affronta l’oramai drammatica deficienza delle micro e piccole imprese (in molti casi anche medie) che da anni non riescono a entrare nel mondo moderno e si arrangiano a difendere interessi conservativi che oramai le stanno portando a rischiarne l’estinzione dal mercato globale o almeno europeo. Una criticità nota peraltro da anni (lo stesso autore la denunciava su questa rivista nel 2012 e la riprendeva nel 2016, ma basta leggere i dati europei) e dalla quale troppi presunti attori e protagonisti (dalle associazioni di categoria, alle pubbliche amministrazioni, ai partiti politici, nazionali e locali) non sono riusciti a venirne a capo. 

Ma ora non c’è più tempo e occorre urgentemente scegliere cosa fare partendo dalle risposte da dare a tre domande di base: moderni? (1 ) digitali? (2 ) sostenibili? (3 ). 

Bisogna urgentemente intervenire su queste criticità prioritariamente, mobilitando le risorse economiche necessarie, ma ancor più le organizzazioni deputate a darne attuazione, ben consapevoli delle caratteristiche che definiscono gli imprenditori e le loro aziende, ma anche la Pubblica Amministrazione nei diversi territori e nei distinti settori, al Nord e al Sud del Paese.  Non lo dicono solo i dati e gli scenari prossimi futuri, ma anche le risultanze dirette indagini specifiche e di un tour che l’autore ha fatto nel 2018 e 2019 nelle regioni seguendo un progetto dell’Agenzia di Coesione Territoriale e di Unioncamere. L’alternativa non c’è, ovvero è l’anovazione (?).

1. Troppo tempo è passato

Recentemente la CGIA di Mestre ha presentato un’indagine focalizzata sull’andamento delle imprese artigiane nella quale denuncia un calo di 165.600 unità tra il 2009 e il 2018 di imprese artigiane. Torneremo in seguito sul dettaglio, ma il segnale è chiaro: gli artigiani stanno perdendo mercato e consistenza nel panorama imprenditoriale nazionale. Bene, anzi male, ma è solo una notizia del giorno, senza passato. 

“Quattro anni or sono ci fu modo di approfondire su questa stessa rivista il tema degli scenari che si erano prospettati nel nostro mondo e in particolare nel campo dell’artigianato (4).Di fronte a un contesto internazionale e globale dal quale non possiamo più fuggire né tantomeno rinchiuderci in presunti castelli isolati, individuai sette tabù che ritenevo essere i principali nodi da sciogliere per consentire anche al mondo dell’artigianato di innovarsi e crescere (digitale, della rete, dell’identità e qualità, della sostenibilità, della semplificazione e della cultura e innovazione).La situazione descritta allora non è sostanzialmente molto cambiata, anzi per certi aspetti si è modificata accentuando le criticità specie nel mondo occidentale e ancor più in Italia e Europa. La crisi epocale, il cambio di paradigma è tuttora in atto e ha aumentato le crepe. In compenso, del senso di questi anni e della loro caratteristica di essere un periodo di cambiamento e di rottura delle vecchie certezze novecentesche è andata aumentando la consapevolezza. Finalmente potremmo dire che ai più è pervenuta una percezione definita che la crisi che ci avvolge non è partita nel 2008 e non è solo finanziaria. Non è una delle tante bolle finanziarie, più o meno grosse, che sono scoppiate, non è solo un periodo passeggero passato il quale il mitico PIL tornerà a crescere verso l’infinito e tutti ritorneremo a vivere felici e contenti. I cambiamenti sono iniziati, sono tanti e sono a sistema, molte certezze alle quali eravamo stati abituati e educati sono venute meno, non abbiamo ancora trovato le alternative funzionanti.”(5).

Con queste parole iniziai il mio articolo nel 2016, articolo che era in continuazione con un altro articolo del 2012- entrambi ospitati da questa rivista- che denunciavano una latente prima e chiara poi crisi del sistema delle micro e piccole imprese italiane, proponendo alcuni possibili suggerimenti per poterne venirne fuori, o perlomeno tentar di farlo. 

Purtroppo non è successo niente e comunque troppo poco (non tanto per quello che scrissi allora, che poteva benissimo non essere considerato, quanto perché, come vedremo, non c’è stato nessun colpo di reni e conseguentemente nessun significativo cambiamento positivo)  per allontanarsi dal baratro di una recessione complessiva e di una crisi fallimentare della grande maggioranza del sistema delle imprese italiane e quindi del Paese nel suo complesso(circa l’85% degli occupati in Italia è nel settore privato). 

I provvedimenti legislativi nazionali e regionali aggiunti agli obiettivi contenuti nel Programma Operativo 2014-2020 dell’Unione Europea non hanno spostato granché il posizionamento del sistema imprenditoriale italiano tanto che anche l’ultima release (Ottobre 2019), della Commissione Europea riguardante il Regional Competitiveness Index 2019 (6) non fa altro che confermare il basso grado di marginalità continentale delle nostre regioni in confronto con le altre 270 regioni europee. Quello che rimane dal 2008, sia come decennale, sia come anno battezzato della “crisi finanziaria mondiale” a seguito del quale tutti gli indicatori economici nei paesi occidentali (OCSE e C.) crollarono, è che l’Italia è uno dei pochissimi paesi (ci fanno compagnia la Grecia e pochi altri)  la cui ripresa è stata molto lenta e non ha di fatto recuperato ne i livelli ante 2008 ne il gap con le principali potenze economico-industriali europee, che anzi è aumentato (solo per fare un esempio pensiamo all’indice di produttività delle imprese private ) .

I tabù che denunciai allora, e poi ripresi insieme con Fabiola Sfodera nel 2016, erano quelli del digitale, della rete, dell’identità e qualità, della sostenibilità, della semplificazione e della cultura e innovazione. Si intendeva per tabù l’incapacità del sistema Paese di affrontare e risolvere alcune deficienze che impedivano, perlomeno in buona parte a mio avviso, al sistema delle micro, piccole e medie imprese (MPMI) di avviare prima e gestire poi quel cambiamento indispensabile per rimanere almeno competitive a livello europeo (il nostro mercato vero, non quello nazionale). Prima nel 2016 e poi oggi il bilancio è alquanto magro come ci ricordano tutti i giorni da un lato i dati della non crescita economica e dall’altro il confronto con gli altri paesi europei sia a livello nazionale sia a livello regionale. Il dettaglio pur se parziale lo vedremo nel prossimo capitolo, qui la constatazione che troppo tempo è passato dal 2008, troppi protagonisti hanno denunciato la situazione diventa man mano una “decrescita infelice” (uno per tutti il Governatore della Banca d’Italia, Vincenzo Visco nelle sue Relazioni sullo stato dell’Economia ), ma ancor più protagonisti  l’hanno di fatto ignorata o hanno preso provvedimenti inadeguati da soli o nel loro complesso a ribaltare l’andamento e consentire segnali prima e fatti concreti poi di crescita e progresso. Alcune qualcosa e molti qualcuno frenano e impediscono il cambiamento, ma…  

2. Oggi questa è la situazione (numeri e non solo)

2.1. Non guardiamoci allo specchio (confrontiamoci con l’Europa e il mondo) 

C’è una capacità tutta italiana di seguire l’andamento dell’economia del Paese tipica dei media troppo spesso, e forse anche troppo volentieri, dietro le querelle politiche quotidiane osservando con rarità l’andamento temporale dei fenomeni (il film e non la fotografia) da un punto di osservazione adeguato alla collocazione del Paese nel contesto europeo e mondiale. Non siamo un Paesetto di qualche centinaio di migliaia di abitanti, che produce qualche migliaio di euro o dollari, ne tantomeno posizionati in un’area geografica marginale. Ergo è d’obbligo affrontare le prospettive di sviluppo e i relativi ostacoli e criticità “volando alto” e osservando dall’alto. 

Il confronto europeo e internazionale ci fa vedere allora un film il cui trailer è rappresentato dalle tabelle e figure che seguono, nonchè dalle brevi citazioni dei più recenti rapporti statistici e economici predisposti nel 2019-e presi come fonte dati principali in questa occasione - dal Dipartimento per la programmazione e il coordinamento della politica economica -DIPE - dall’OCSE, dal FMI, dalla Commissione Europea e dal World Economic Forum. 

Con una breve sintesi ne escono alcuni “spezzoni” di film che ci descrivono la situazione economica e delle imprese in Italia. 

La produzione industriale dal 2000 al 2019 è passata da 100 a 85 , mentre nei 19 paesi EURO dell’ Europa è salita mediamente a 115: siamo sotto di 30 punti.

Il tasso di occupazione dal 2000 al 2018 è passato dal 57 a 63 % , mentre nella media degli stessi paesi è salito da oltre il 65 al 72%: siamo passati da 8 a 9 punti percentuali di differenza negativa.

Gli investimenti pubblici e privati in percentuale sul PIL sono passati da noi dal 2000 al 2018 da quasi il 21% al 18%, mentre sempre nei 19 paesi EURO dal 22,5 % al 21 %: siamo 3 punti percentuali sotto.  


Se da Roma, Parigi e Washington andiamo a Bruxelles il confronto con i paesi europei e le indicazioni che da lì arrivano ci fanno vedere meglio il film che in sintesi ci racconta di un’Italia produttiva con ancora mille difficoltà, non ancora agganciata al treno del cambiamento, anzi con alcune criticità piuttosto elevate. Il rallenty  del film infatti ci dice:
che nell’ambito del Regional Competitiveness Index le nostre regioni sono marginali e confinanti all’area di sviluppo europea costituita principalmente dalle regioni della Germania, Olanda, Belgio, Danimarca, Svezia, Finlandia e Gran Bretagna con qualche regione francese (Ile de France in primis): nessuna regione italiana, che invece nel 2010 era presente con quasi tutto il centro nord (tranne Umbria e Marche , Friuli V. Giulia e Trentino Alto Adige);



Se poi passiamo alle indicazioni per le politiche di bilancio e per la programmazione 2021-2027 dei fondi europei, emergono una serie di fattori ostativi, rimuovendo solo i quali potremmo contare su reali potenzialità di crescita e sviluppo (sostenibile). In particolare da Bruxelles ci fanno vedere un film sul quale è molto difficile sostenere alternative credibili se vogliamo rimanere in Europa e nelle economie avanzate del mondo e comunque essere competitivi non come lo eravamo, drogandoci, ai tempi delle svalutazioni della lira, ma per capacità di innovazione e produttività e per le quali avremmo tutte le carte in regola per giocarcela. In generale ci dicono che “Occorrono investimenti adeguati per rafforzare la capacità amministrativa, il capitale umano e l'innovazione e per ridurre le disparità regionali. Una migliore capacità amministrativa è il presupposto per un'efficace erogazione degli investimenti pubblici e un migliore utilizzo dei fondi UE, anche per le politiche attive del mercato del lavoro (misure volte a promuovere la partecipazione al mercato del lavoro) e le infrastrutture di tale mercato. Investire nel capitale umano è un prerequisito per stimolare gli investimenti pubblici e privati. Gli investimenti in innovazione migliorerebbero la produttività e le prospettive di crescita nel medio e lungo termine. In particolare, tali investimenti aumenterebbero la produttività nell'Italia meridionale e consentirebbero di attenuare le debolezze delle imprese più piccole. (7)
Tenuto conto peraltro che al 31 dicembre 2018 l’analisi dell’attuazione complessiva delle politiche 2011-2018 dava solo un 26% di raggiungimento totale (5%) e significativo (21%) dei progressi raggiunti.  


Un cenno particolare in questo contesto generale va comunque fatto sulla produttività del lavoro delle persone e per ore lavorate. Il grafico seguente (tratto sempre dal rapporto della Commissione Europea sull’Italia) mostra drammaticamente come a fronte di una crescita europea della produttività dal 1995 al 2017 da 100 a 125 (per le persone) e a 135 (per le ore lavorate), l’Italia nel primo caso è addirittura scesa a 95 e nel secondo è salita solo a 105. Questo significa che le nostre imprese hanno perso in 22 anni circa il 30% di produttività ovvero in una delle variabili di base per essere competitivi sui mercati globali. Se questo dato lo affianchiamo a quello sull’innovazione vediamo come gli ultimi fotogrammi del film rischino di preannunciarci un finale tragico. 



Sempre da Bruxelles ci ricordano infine come i fondi UE (pari a 44,6 miliardi oltre i 30,5 di contributi nazionali per un totale di 75,1 miliardi di euro dal 2014 al 2020) possano concretamente contribuire a “affrontare i problemi strutturali e a promuovere la crescita e la competitività in Italia”. Ma abbiamo selezionato per attuare progetti specifici solo il 56% delle risorse contro il 63% della media UE e il tasso dei pagamenti (20 %) è sotto la media dell'UE (27 %). 
Infine un veloce flash su quanto emerge dal recente Rapporto del World Economic Forum sulla competitività a livello mondiale (8). L’Italia è al trentesimo posto sui 141 paesi considerati con 71,5 punti. Al primo Singapore con 88,8, al secondo gli USA con 83,1 e al terzo Hong Kong con 83,1, In Europa ci sono 14 paesi prima di noi compresi tutti i grandi (Germania, Francia, Gran Bretagna e Spagna) con solo la Polonia al posto 37 (9). Da notare come siano premiati i fattori vincenti nella quarta rivoluzione industriale (4IR): capitale umano, agilità, resilienza e innovazione.
La valutazione sintetica che il rapporto da dell’Italia ci dice che “… l'accesso ai finanziamenti sia per le PMI che per il capitale di rischio è leggermente migliorato, sebbene a partire da una base bassa (119° e 111°, rispettivamente). Analogamente, l'efficienza del quadro giuridico ha registrato punteggi leggermente più alti (…ancora una volta da una base bassa, 132°), e l'adozione delle TIC (53°) e le Infrastrutture (18 °) sono gradualmente migliorate rispetto ad alcuni anni passati. Allo stesso tempo, l'Italia mantiene vantaggi competitivi in termini di capacità di innovazione (22°). (dato controverso con le risultante della Commissione UE). Tuttavia alcune strozzature stanno ancora ostacolando la competitività dell'Italia. Tra questi, l'elevato debito pubblico rappresenta un rischio incombente e un onere per la politica economica; il mercato del lavoro (56.6, 90°) rimane in larga misura doppia (troppo rigida in alcuni segmenti e troppo precaria in altri), nonostante alcune recenti riforme; le tasse sul lavoro sono elevate rispetto al confronto internazionale (130°); e il talento non è sufficientemente ricompensato (103°). La qualità istituzionale(48°) ottiene un risultato misto,  combinando alcuni fattori positivi e alcune aree di miglioramento. Mentre l'Italia è un Paese relativamente sicuro, con uno dei più bassi tassi di omicidi al mondo (0,7 casi per 100.000 persone, 20°), la capacità del governo di adattarsi ai cambiamenti è limitata (128°) e l'efficienza amministrativa insufficiente (96a).”(10)

3. I sette tabù sono rimasti

Sono passati sette anni da quando individuai nel 2012 sette tabù delle PMI italiane , superati  i quali, a mio avviso, si sarebbe potuto iniziare una rincorsa verso un posizionamento imprenditoriale del Paese nel suo complesso più di qualità e anche di quantità. 
Ma se andiamo a fare un breve riscontro dei risultati, ovvero del posizionamento raggiunto per ogni problematica da risolvere troviamo purtroppo una situazione ancora piuttosto critica. 
Recentemente a tal proposito, anzi con il proposito contrario, ci sono anche ricerche e dati  nella quale si esaltano le eccellenze italiane del sistema imprenditoriale spesso purtroppo guardando il bicchiere mezzo pieno (quando lo è) e mai mezzo, o in buona parte, vuoto (11) . Non è certo questo lo spazio per ridefinire una serie di statistiche menzionate a mio avviso solo parzialmente, ma è qui che invece vorrei ricordare a tutti coloro che continuano a parlare di un sistema imprenditoriale sano e innovativo e in pieno sviluppo che nessun numero a oggi lo dimostra come nessun confronto internazionale (salvo poche eccezioni sulle quali peraltro torneremo) e che, ancora peggio, la cosa può solo far male , consolando e disseminando informazioni distorte che abbassano i livelli di reazione alla situazione reale della quale abbiamo sinteticamente illustrato il film degli ultimi anni nelle pagine precedenti. Ma forse, o anzi certamente, ci sono alcune qualcosa e alcuni qualcuno che frenano e non vogliono il cambiamento. Lo vedremo più avanti, quando cercheremo di individuare le priorità. 
Partiamo certamente dai punti di forza (come p.e. il manufatturiero, l’alimentare, il farmaceutico, le regioni settentrionali) ma rendiamo conto della realtà (produttività? occupazione? investimenti? digitale?) e facciamola nostra, altrimenti ci prendiamo in giro da soli. E allora la realtà ci dice che i sette tabù sono rimasti pressoché tali dopo sette anni.
Nel digitale le imprese italiane continuano a essere uno dei fanalini di coda in Europa riguardo l’utilizzo di quasi tutti i sistemi digitali dall’e-commerce, ai tablets in azienda, alle connessioni con banda larga, a internet delle cose, fino allo stesso uso del CRM per le relazioni con i clienti.. Nel Rapporto 2019 siamo il 25° Paese europeo in classifica. E peggiore è la situazione del sotto indicatore “cultura digitale”, ovvero della competenza delle persone (e quindi anche degli stessi imprenditori, impiegati e operai delle micro, piccole e medie imprese in particolare) nell’utilizzo proficuo del digitale. Che significa non solo e non tanto utilizzare Facebook o Instagram o mandare i messaggi con what’s app, ma gestire le imprese, pur piccole con sistemi intelligenti digitali, fare e.commerce, utilizzare le banche dati internazionali, “copiare” i competitor” da internet, utilizzare i social per ricerche di mercato, ecc.ecc. 
Siamo rimasti ancora nel 2019 l’unico Paese europeo con un’economia sostanzialmente duale: quella del centro nord e quella del centro sud, nettamente divise per PIL prodotto, produttività e redditività (12).  Le reti d’impresa progrediscono, ma rimangono marginali rispetto al sistema complessivo. Le reti di imprese esistenti in Italia sono passate dal 2016 al 2018 da 3.189 a 5.135 (13), per un totale di 31.405 imprese coinvolte contro le 16.048 imprese nel 2016. I territori, come vedremo nel capitolo successivo continuano a reclamare norme e facilitazioni maggiori per attenuare una delle principali criticità del nostro sistema imprenditoriale: essere troppo piccoli per competere.  Per quanto riguarda l’identità e la qualità da registrare l’affermazione della ricerca dei prodotti italiani più conosciuti e legati alla nostra identità, nonché l’affermarsi della qualità agroalimentare, anche con l’export e consolidando i prodotti certificati che sono in totale 299 (erano 286 nel 2016) di cui 167 DOP e 130 IGP e nel vino 526 (erano 523 nel 2016) di cui 408 DOP, e 118 IGT. 
Sulla sostenibilità (intesa in senso integrato ovvero ambientale, sociale e economica), interessanti i dati che emergono da un’indagine sperimentale dell’Istat del 2018 (14) e in particolare dalla ricerca condotta da Fabiola Ricciardini e altri ricercatori dell’ISTAT (15) dalla quale emerge in sintesi (figura a seguire) come per le PMI la sostenibilità significhi principalmente immagine per il 77,6%, riduzione dei costi per il 60,4% e ricerca di nuovi segmenti di mercato per  il 49% con un aumento di produttività atteso tra il 7,9% per le imprese mediamente sostenibili e per il 10,2% per le imprese altamente sostenibili. 
A parte la gravità del fatto che non si abbiano ancora oggi fine 2019 conoscenze statisticamente probanti sulla relazione tra imprese (specie piccole e micro) e il tema della sostenibilità (16) (pur se l’ISTAT è stato tra i primi al mondo ad avere elaborato il Rapporto BES -Benessere Equo e Sostenibile - nel 2013), lo stesso ISTAT ha tratto una serie di primi indicatori dall’indagine svolta nel 2018 sull’internazionalizzazione delle imprese. Da questa emergerebbe “un’associazione positiva fra l’adozione di comportamenti virtuosi e i livelli di produttività apparente del lavoro delle imprese” Una sorta di “premio di sostenibilità”, in termini di produttività del lavoro, che cresce all’aumentare del grado di attenzione alla sostenibilità ambientale e sociale dell’impresa.” Un premio che prenderebbe consistenza però sopra una certa soglia dimensionale delle imprese (oltre i 50 addetti, quindi per le medie e le grandi), mentre per le micro ancora non si hanno dati attendibili.

(Fonte: Rapporto ISTAT 2019)

Per quanto poi riguarda la semplificazione, appare ancora evidente come i tentativi di migliorare in modo sensibile la relazione Pa-imprese sia difficoltosa malgrado gli sforzi fatti dai governi centrali. Le due entità ancora si parlano poco, ancora non fanno propri i vantaggi di una condivisione delle strategie per poi ognuno svolgere le sue funzioni come sostenevano Michel Porter e Kramer nel famoso articolo sul valore condiviso del 2011(17). 
Per ultimo la cultura e l’innovazione due aspetti fortemente correlati. Senza cultura non si fa innovazione e senza innovazione non c’è futuro.  Il Rapporto “Impresa Cultura” 2019 di Federculture (18) ci da qualche informazione riguardo alcuni aspetti culturali anche se talvolta, come in questo caso, l’integrazione tra settori diventa incomprensibile e inutile per una lettura attenta dei fenomeni se vengono messi insieme dati sulla cultura e sulla ricreazione (con informazioni sulla di spesa dal giardinaggio, agli animali domestici, alla cancelleria, ai campeggi e alle vacanze -tutto compreso- con le spese per musei e i libri). A prescindere da queste “normalizzazioni” alcuni dati sono importanti tanto più poiché escono da un confronto decennale 2008-2018, gli stessi anni che ci separano dall’ultima grave crisi socio-economica. Ebbene notiamo come la spesa pubblica sia scesa del 10,7% mentre quella delle famiglie sia aumentata dell’8,2% con una fruizione dei musei aumentata del 14% insieme a quella dei monumenti che è cresciuta del 31%, mentre letture e teatro sono diminuiti di circa il 5%. Certo anche qui qualche cambiamento e innovazione non ci farebbe male stante sia la classificazione del settore, sia la necessità auspicabile di trovare indicatori migliori al di la delle visite ai musei e ai monumenti che troppo spesso diventano più l’occasione per fare un servizio fotografico con lo smartphone da condividere sui social, che non per studiare il come e perché di una testimonianza artistica e storica. Peraltro meglio non leggere i dati sui livelli di istruzione nel confronto europeo (che comunque sono illustrati sinteticamente nella figura di seguito) (19), ma non possiamo neanche farci prendere in giro da classifiche internazionali come quella del US News ( ) che nel settore “cultural influence” ci pone al 1°posto al mondo con indicatori che trattano l'intrattenimento, la moda, la felicità (!?), l’influenza culturale, la modernità, il prestigio e la moda. Peccato che non ci siano anche i siti Unesco altrimenti saremmo “super primi” da classifiche internazionali come quella del US News (20) che nel settore “cultural influence” ci pone al 1°posto al mondo con indicatori che trattano l'intrattenimento, la moda, la felicità (!?), l’influenza culturale, la modernità, il prestigio e la moda. Peccato che non ci siano anche i siti Unesco altrimenti saremmo “super primi”. 
Fonte ISTAT: Rapporto BES 2018


Per quanto riguarda l’innovazione, i dati europei per regione ci dicono purtroppo che anche quelle regioni che anni fa erano tra i leader (Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna) oggi sono tra i “follower” e tanto più le regioni già allora nel plotone delle inseguitrici tranne che per il Friuli Venezia Giulia. Il Paese sta nella fascia che da est passa per il sud e l’ovest affacciandosi sul Mediterraneo. Nel centro nord il cuore innovativo dell’Europa. 

EU Regional Competitiveness Index 2010

Gli indicatori utilizzati dalla Commissione ci dicono molte cose circa il nostro stato. Dal lato positivo l’ambiente amichevole, il sistema di ricerca e le PMI innovatrici, da quello preponderante e negativo le risorse umane, la finanza, le reti e le vendite.  

4. Cosa denunciano i territori

Le fonti statistiche nazionali e internazionali non sempre bastano a rilevare e denunciare una situazione. Il lavoro diretto di campo e indagini ad hoc sono spesso infatti indispensabili per integrare e ottimizzare la conoscenza di un fenomeno e in questo caso di quello dello stato di salute delle PMI nel nostro Paese. 
A tal proposito io stesso ho avuto modi di svolgere un’indagine molto utile sullo stato dell’arte e sulle criticità e proposte che i sistemi imprenditoriali locali a livello regionale denunciano nel corso del 2018 e 2019 svolgendo una ricerca e un lavoro di campo per conto dell’Agenzia di Coesione Territoriale e Unioncamere per il progetto SISPRINT (21). Il progetto si inserisce nello specifico nell’ambito degli Obiettivi 1 e 3 dell’Accordo di partenariato e dei relativi POR regionali 2014-2020 (22) e si è sostanziato in tre principali fasi di attività, strettamente integrate: 
analisi e monitoraggio della competitività dei sistemi produttivi locali;
ascolto dei fabbisogni specifici dei contesti territoriali;
proposte e strumenti per il rafforzamento dell’azione amministrativa sui territori nei confronti dei sistemi di imprese. 
Il tutto anche attraverso l’attivazione nei territori di una rete fisica e virtuale (attraverso le Camere di commercio) per consentire di monitorare costantemente le esigenze delle imprese affinché l’offerta di strumenti da parte delle pubbliche amministrazioni sia ad esse sempre più coerente.
Dai dati e dalle informazioni raccolte (e qui descritte pur sinteticamente) e lette insieme a una recentissima indagine di 4.Manager (23) che ha fotografato le PMI italiane rispetto ai bisogni di cambiamento e di managerialità emergono una serie di considerazioni e riflessioni aggiuntive ai dati statistici che potrebbero essere molto utili per individuare strade di miglioramento possibili e molto urgenti come si afferma infatti nello stesso Rapporto di 4.Manager “ L’obiettivo dei leader attuali – pubblici e privati – deve essere quello di “istituzionalizzare l’agilità” sia mediante strumenti predittivi, legislativi ed esecutivi di tipo adattivo, sia attraverso la formazione di una nuova classe dirigente pubblica e privata che sia in grado di adattarsi molto rapidamente al cambiamento e che sappia utilizzare tutte le tecnologie e le competenze messe a disposizione dalla modernità. Una tale trasformazione del sistema Paese deve avvenire in tempi molto brevi: l’Italia, infatti, mostra evidenti segnali di rischio competitivo…” (24). 
Innanzitutto l’indagine 4. Manager sintetizza in modo molto attendibile lo stato delle imprese piccole e medie attraverso la matrice illustrata di seguito che colloca gli imprenditori (ricordiamo sempre che in Italia la stragrande maggioranza delle imprese sono a carattere familiare) tra quelli che pensano al “fare” (ovvero focalizzati solo e unicamente al prodotto/servizio) e quelli che hanno più una visione sistemica e moderna dell’impresa. Ne esce una fotografia che individua le reciproche caratteristiche che fanno pensare, considerando i dati complessivi nazionali che i primi siano ancora in netta maggioranza (25) 

Dall’indagine peraltro emerge come le tematiche sulle quali gli imprenditori più accorti stanno focalizzando le proprie energie siano: 

1. Trasformazione tecnologica e digitale
2. Accelerazione dei cambiamenti
3. Aumento della complessità
4. Scarsità di competenze necessarie ad affrontare le trasformazioni 
5. Innovazione dei modelli di business 
6. Rapida modificazione del comportamento dei clienti/consumatori. 

Con il tema dell’innovazione “percepito come la principale fonte di cambiamento” e come quasi un “obbligo”, portandoli a investire in formazione per il personale sui temi dell’innovazione e change management (59%); e delle competenze digitali (33%)(un breve commento potrebbe dire: “era ora !”). Un cambiamento che costringerà nei prossimi anni specie i piccoli imprenditori a re-inventare il loro lavoro integrandolo con competenze, finanza e formazione non sempre direttamente comprensibili e reperibili e con grandi difficoltà proprio dal punto di vista organizzativo e finanziario stante il fattore “dimensionale” come fattore critico di successo in questo caso.
Interessante in parallelo quello che è emerso invece dal progetto SISPRINT che ha permesso di andare ad ascoltare direttamente sui territori le imprese e i loro rappresentanti sindacali oltre ai vari stakeholder, in alcuni casi fondamentali anche in riferimento all’”obbligo” all’innovazione, come le Università e i Centri di Ricerca. 
E’ un ascolto che ha comportato l’incontro in diciannove regioni (la Sicilia non ha partecipato al progetto) e nelle due provincie autonome con centinaia di rappresentanti e la necessità di “incanalare” le loro espressioni e indicazioni sia delle criticità che attualmente emergono nei vari territori, sia delle relative proposte di miglioramento. In sintesi emerge una situazione che, pur nelle profonde differenze di approccio tra Centro Nord e Centro Sud del Paese, presenta un significativo livello di omogeneità. In altre parole quanto emerso nelle due parti dell’Italia non sono diverso, ma diversa è invece la reazione alla consapevolezza delle esigenze e delle criticità. In quasi tutte le regioni del Nord l’analisi della situazione sta già portando a cercare nuovi modelli e strumenti di metodo e di lavoro per migliorare, mentre al Sud a fronte di una constatazione dello stato dell’arte, peggiorato dai diversi livelli di competitività (per usare un termine unico e significativo), le risposte sono ancora attendiste e vincolate a “qualcosa e qualcun altro”, rinviando , almeno così appare, le responsabilità dell’azione a fantomatici soggetti, spesso istituzionali e pubblici, che però hanno lo steso approccio in un farsesco giro come il cane che si morde la coda. 
Ma veniamo a quanto emerso. Sono varie le criticità e le relative proposte che dividerei in due principali insiemi. Il primo riguarda il fronte interno delle imprese, le mancanze per le quali chiedono assistenza: i “bisogni interni”. L’ altro invece riguarda il fronte esterno, le criticità per le quali chiedono collaborazione ovvero correzioni di atteggiamenti e di approccio (specialmente verso le pubbliche amministrazioni): i “bisogni esterni”. Il che già per iniziare comporta per le pubbliche amministrazioni (ma anche banche e associazioni di categoria) la necessità di cambiare subito per poter aiutare le micro e piccole imprese, altrimenti è tutto inutile e vano.
Per quanto attiene all’insieme dei “bisogni interni” sono emerse una serie di problematiche delle PMI quali:
necessità di assisterle e supportarle per poter aderire (e ogni tanto vincere) i bandi di assegnazione di risorse e facilitazioni;
bassi livelli di cultura imprenditoriale 
le criticità derivanti dai passaggi generazionali 
basse competenze digitali, finanziarie e manageriali in generale .
Per quanto attiene all’insieme dei “bisogni esterni” le problematiche maggiori hanno riguardato:
il dover adeguare nei linguaggi e nelle modalità i bandi alle capacità e competenze delle stesse imprese (inutile fare bandi per tecnologie avanzate se l’imprenditore non ne valuta i vantaggi o se non ha la capacità di personale per seguirli o quella finanziaria per anticipare i costi);
maggiore disponibilità di dati e informazioni sia dal punto di vista della disponibilità sia dalla facilità d’uso (per esempio nel turismo)
maggiore, se non addirittura istituzionalizzazione ex novo, delle capacità di ascolto e confronto tra pubbliche amministrazioni e imprese specie nelle fasi della programmazione e del riscontro degli effetti delle misure adottate;
nuove formule di finanziamento per la formazione poiché molte imprese per dimensione e livelli di fatturato non hanno capacità di affrontare i costi e i tempi che una formazione adeguata richiederebbe. Da qui molti dei ritardi per l’innovazione e le competenze digitali;
maggiori facilitazioni per le “reti di imprese”;
troppo bassi livelli di interscambio concreto tra sistema della ricerca (Università e Centri di ricerca) e imprese . 
livelli insufficienti di accesso al credito per la “secolare” diffidenza delle banche a investire nelle PMI (e delle PMI a predisporre progetti di investimento misurabili e credibili oltre l”idea”);
Le due fotografie dell’ascolto riassumono una situazione sostanzialmente omogenea per la quale le reazioni possibili debbono necessariamente tener conto da un lato del contesto oramai globale e mondiale (con le conseguenti criticità e difficoltà per poi riportarlo alla cultura attuale del micro e piccolo imprenditore) e dall’altro delle capacità del sistema Italia di predisporre, realizzare e attuare le misure necessarie. 

5. Gli scenari che si prospettano

Con l’approvazione il 25 settembre 2015, da parte delle Nazioni Unite dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile e i relativi 17 Obiettivi da raggiungere entro il 2030 (26) la grande maggioranza degli Stati della Terra hanno riconosciuto un nuovo e fondamentale traguardo per rendere vivibile il pianeta, avviando di nome e di fatto una fase “rivoluzionaria” sotto l’aspetto economico, sociale e ambientale.  Il modello di sviluppo avviato con la rivoluzione industriale, perlomeno dal punto di vista della sostenibilità, non solo sul piano ambientale, ma anche su quello economico e sociale non funziona più. Va modificato sostanzialmente attraverso una strada innovativa che vede nell’approccio sistemico tra le tre variabili il fondamento culturale per il raggiungimento dei 17 obiettivi dati. Non è più e solo un problema ambientale, ma diventa sistemico e complesso integrando aspetti sociali e economici per consentire appunto il raggiungimento di livelli di vivibilità più che sufficienti dell’ecosfera. Tutti i 17 obiettivi comunque incrociano e interessano il mondo delle imprese con due in particolare che ci si focalizzano specificatamente:
l’obiettivo 9 “Costruire una infrastruttura resiliente e promuovere l’innovazione ed una industrializzazione equa, responsabile e sostenibile”;
l’obiettivo 12: “Garantire modelli sostenibili di produzione e di consumo”
Siamo tutti d’accordo e quindi ora, delineato lo scenario, dovremmo solo agire. Se non basta e vogliamo aggiungere un “rafforzamento culturale e scientifico” a quanto definito dalle Nazioni Unite e dalla stessa Unione Europea (come vedremo tra poco), basta studiare alcuni degli esperti di fama mondiale che hanno trattato il tema per rassicurarci. Da Rifkin a Harari, da Kotler a Fukuyama (27), fino a Capussela e Ricolfi e come gli stessi World Economic Forum, OCSE e World Bank,  il fronte di battaglia per il raggiungimento degli obiettivi si sta unendo sempre di più e da poco possiamo anche aggiungere la finanza, il che significherebbe la vera e propria svolta finale. Philipp Hildebrand e Brian Deese (Vice presidente e Global Head of Sustainable Investing di BlackRock , il più grande fondo di investimenti al mondo con un portafoglio di 6.500 miliardi di $) l’ 8 marzo 2019 dichiaravano tra l’altro in un articolo comparso sul Sole 24 h “La domanda di investimenti sostenibili è destinata a crescere velocemente nei prossimi dieci anni. Le masse passate a queste strategie stanno aumentando a un ritmo di crescita annuo superiore al 20 percento. Nei prossimi 15 anni i millennial erediteranno nel complesso 24.000 miliardi di dollari – il maggiore trasferimento di ricchezza della storia. Rispetto alle altre generazioni, i millennial hanno oltre il doppio delle probabilità di investire in società o fondi orientati a risultati sociali o ambientali.…Gli investimenti sostenibili hanno raggiunto un punto di inflessione; gli asset owner chiedono di più, e i migliori gestori stanno facendo di più. Il futuro degli investimenti – come quello del mondo intero – dipende dall'adozione di un approccio più sostenibile.” (28). 
Altro segnale importante viene sempre dagli Stati Uniti dove ad agosto 2019 il Business Roundtable (che riunisce 200 tra le principali imprese americane tra cui Amazon, Blackstone, Citigroup, General Motors e Morgan Stanley) ha approvato una sorta di manifesto nel quale afferma che il profitto non può essere il solo obiettivo delle imprese, e per questo si impegnano 
nei confronti di tutti gli stakeholder a “offrire valore ai clienti, investire nei dipendenti. (compreso “la  formazione e l'educazione che aiutano a sviluppare nuove competenze per un mondo in rapido cambiamento”); promuovere la diversità e l'inclusione, la dignità e il rispetto; trattare in modo equo ed etico con i fornitori; supportare le comunità in cui lavorano; rispettare le persone nelle nostre comunità e proteggere l'ambiente adottando pratiche sostenibili in tutte le attività; generare valore a lungo termine per gli azionisti, che forniscono il capitale che consente alle aziende di investire, crescere e innovare; impegnarsi per la trasparenza e l'impegno efficace con gli azionisti; impegnarsi a fornire valore a tutti gli stakeholders, per il futuro successo delle nostre aziende, delle nostre comunità e del nostro Paese.(29). Tra le reazioni la più significativa quella di Stefano Zamagni che denuncia l’incapacità della politica di agire con capacità di visione (e le imprese ne prendono il posto) : «è un atto di denuncia nei confronti della politica. Se sono le imprese oggi a fare quello che dovrebbero fare i partiti quello che è messo in dubbio è la democrazia. Questo documento rappresenta la più forte e potente denuncia nei confronti della politica che finora si è lasciata manipolare»(30)
In questo contesto si affermerà l’economia circolare dove - come sostiene Leanne Kemp (Chief Executive Officer, Everledger) nella sua relazione per l'incontro annuale dei Global Future Councils, di  Dubai (31) - “Nel 2030, nessuno parlerà dell'economia circolare; sarà solo l'economia.”
Per ultimo a livello globale riprendiamo le raccomandazioni del recente Report 2019 del WEF che segnala come con “Con l'esaurirsi della politica monetaria, i responsabili politici devono rivisitare ed espandere il loro kit di strumenti per includere una gamma di strumenti di politica fiscale, riforme e incentivi pubblici……Mentre molti mercati avanzati ed emergenti stanno abbracciando le nuove tecnologie della Quarta rivoluzione industriale, trovare un equilibrio tra integrazione tecnologica, investimenti di capitale umano e ecosistema di innovazione sarà fondamentale per migliorare la produttività nel prossimo decennio.” (32) 
Ma torniamo in casa, nella nostra Europa che sta programmando i prossimi sette anni dal 2021 al 2027 in sintonia con l’Agenda 2030 e con cinque obiettivi di base (33) sui quali, proprio in questi mesi, ognuno dei 27 Stati europei sta predisponendo i propri programmi specifici per arrivare entro la metà del 2020 ai rispettivi Accordi di partenariato. E’ questo il nostro scenario di riferimento e questi i cinque obiettivi per i quali il budget proposto dalla Commissione è in totale di 1.279 miliardi di euro. Per l’Italia ci sarà (purtroppo, poiché significa che abbiamo fatto pochi progressi) un aumento di risorse che ammonteranno a 43,5 miliardi di euro (pari al 29% di aumento) alle quali andranno aggiunte le risorse nazionali. Per l’Italia la Commissione ha raccomandato (34) una serie di priorità di investimento tra cui quelle riguardanti le PMI. Nello specifico nell’ambito di un’”Europa più intelligente” la UE chiede all’Italia di promuovere “la crescita della produttività rafforzando le capacità di ricerca e innovazione e la diffusione di tecnologie avanzate in particolare di accrescere il numero e le dimensioni delle imprese innovative nei settori ad alta intensità di conoscenza con il maggiore potenziale di crescita; promuovere gli scambi di conoscenze tra gli organismi di ricerca e le imprese, specialmente le piccole e medie imprese innovative, in particolare attraverso partenariati collaborativi e formazioni; di sostenere servizi innovativi per gli organismi di ricerca e le imprese che cooperano al fine di trasformare nuove idee in imprese innovative sostenibili dal punto di vista commerciale.” Inoltre, rispetto alle gravi carenze nelle competenze digitali di “aumentare le competenze digitali nelle piccole e medie imprese e l'adozione nelle stesse di soluzioni tecnologiche digitali, compresi il commercio elettronico, i pagamenti elettronici, i servizi di cloud computing, e anche l'Internet delle cose, la ciber sicurezza e l'intelligenza artificiale”. Poiché risulta anche che piccole e medie imprese italiane hanno una competitività inferiore alla media dell'UE si richiedono investimenti specie per produttività e crescita. 
Per un’ “Europa più verde”  la Commissione ritiene prioritari gli “investimenti per la promozione di interventi di efficienza energetica e investimenti prioritari a favore delle energie rinnovabili” e “per sostenere le piccole e medie imprese nell'attuazione di soluzioni innovative in materia di economia circolare e economia verde. Per un'”Europa più sociale” nello specifico della formazione per le imprese si raccomanda di “garantire l'apprendimento permanente, il miglioramento delle competenze e la riqualificazione professionale per tutti, compresi gli adulti scarsamente qualificati, tenendo conto delle competenze digitali e di altre specifiche esigenze settoriali (ad esempio, la trasformazione industriale verde), mediante il riconoscimento dell'apprendimento precedente e una migliore capacità di anticipare i nuovi fabbisogni di competenze” e infine per un' “Europa più vicina ai cittadini” si ritengono anche utili investimenti per “dare sostegno alle imprese nel settore culturale e creativo, con particolare attenzione ai sistemi di produzione locali e ai posti di lavoro radicati nel territorio anche attraverso la cooperazione territoriale”. 
A queste raccomandazioni la Commissione aggiunge infine una serie di fattori che ritiene praticamente indispensabili per un’efficace attuazione della politica di coesione. Nello specifico più attinente alle imprese  è necessario tra l’altro “rafforzare i partenariati e le politiche dal basso, con una maggiore partecipazione delle città, degli altri enti locali e dei partner economici e sociali al fine di garantire un'attuazione tempestiva ed efficace delle strategie territoriali e urbane integrate; rafforzare la capacità delle parti sociali e la loro partecipazione al conseguimento degli obiettivi politici; … tenere conto degli insegnamenti tratti in Piemonte durante l'attuazione del progetto pilota della Commissione sulla transizione industriale, in particolare per quanto riguarda l'impatto delle nuove tecnologie, la decarbonizzazione e la promozione della crescita inclusiva; …. migliorare la performance degli appalti pubblici, in particolare per quanto riguarda ……la loro capacità di integrare gli aspetti relativi alla sostenibilità e all'innovazione nelle procedure d'appalto, ….. la semplificazione delle procedure, la velocità delle decisioni, le piccole e medie imprese contraenti, ….”
Eccoci quindi al dunque: gli scenari, malgrado gli alti livelli di complessità e turbolenza sociale e economica, sono abbastanza chiari, le istanze dai territori e le indicazioni di Bruxelles hanno molti punti convergenti, non resta che agire. Sarà il Governo con le Regioni a mettere a punto l’accordo di partenariato così come ad aggiornare il Parlamento per l’approvazione del Piano Nazionale di Riforma. 
Nelle pagine a seguire alcune segnalazioni derivanti da esperienze sul campo e attuabili, a prescindere da norme e leggi nazionali o europee, per essere competitivi. Ma tenendo presente il tipo di terreno che dovrà essere seminato e coltivato: gli italiani. 

6. Il problema non è di chi è la colpa, ma che fare: le leve prioritarie

6.1. Ma il terreno è fertile? L’Italia e gli italiani

Prima di entrare nel merito su cosa potremmo fare di concreto e realistico, occorre però inserire una variabile ambientale indispensabile: ma saremmo mai noi capaci di realizzare tutto quello che ci consentirebbe di ritornare a essere competitivi almeno per quanto riguarda le piccole e medie imprese? E’ vero comunque che la cosa non è di per se fattibile se la competitività non ritorna a livello di Paese e di contesto socio ambientale, ma proprio per questo vale la pena qui segnalare due aspetti evidenziati recentemente da due esperti italiani.  
Il primo attiene alla sfera generale, all’insieme di comunità e Paesi di cui ancora facciamo parte: i Paesi cosi detti “occidentali”, quelli che negli ultimi cent’anni hanno avuto progressi sociali e economici più elevati, i più ricchi. Il secondo riguarda invece proprio l’Italia e le capacità della nostra comunità di reagire alla situazione in cui ci troviamo da più o meno venticinque-trenta anni. Ce la possiamo fare? Difficile se non impossibile in generale rispondere, ma Ricolfi e Campussela danno dei suggerimenti che ci possono essere utili. 
Per quanto riguarda il primo aspetto è Luca Ricolfi nel libro dove espone la sua funzione sulla crescita (35) che rileva come a livello globale, a fronte di un calo medio dell’1% del PIL al decennio negli ultimi cinquant’anni dei paesi OCSE (dagli anni Sessanta) le economie arretrate hanno iniziato a crescere dagli anni Novanta a ritmi considerevoli ancor più accentuati negli anni Dieci di questo secolo (+5,4%/ medio annuo).  “Detto in poche parole: mentre la tendenza di lungo periodo delle economie avanzate è il rallentamento, quella delle economie arretrate è l’accelerazione” e “se il trend degli ultimi 50 anni dovesse continuare, quel che potremmo attenderci nei prossimi 10 è una crescita prossima a zero”. Ma al di la di questa analisi, che pur ci porta a riflettere, quello che solleva l’autore è un tema strettamente e inversamente legato al concetto di sviluppo tipico del capitalismo anni Cinquanta. Ricolfi infatti sostiene che “Quel nocciolo è che le nostre società non hanno più né l’energia né la volontà per continuare a crescere. Alcune ci riusciranno ancora abbastanza a lungo perché hanno tutti i fondamentali della crescita a posto, e avere buoni fondamentali è l’unico antidoto che può compensare gli effetti rallentatori del benessere. Altre società, invece, dovranno fermarsi prima, a livelli di benessere decisamente inferiori, perché i loro fondamentali sono cattivi, ed esse non trovano in sé stesse la determinazione per modificarli. Ma tutte, temo, dovranno entrare nell’ordine di idee che forse c’è un tetto, diverso per ogni società, oltre il quale la crescita non può andare. E che tale tetto non viene da fuori, ma viene da dentro: anche per i sistemi sociali, come per gli individui, più che gli ostacoli esterni sono i nostri stessi successi che possono raffreddare i nostri sogni.” 
A queste considerazioni si riallaccia di fatto Campussela (36) quando afferma che il nostro Paese ha dei vincoli allo sviluppo difficilmente smontabili poiché sono  “… divenuti più stringenti–a partire, all’incirca, dagli anni Ottanta–perché i loro effetti sono generalmente deboli o trascurabili in un’economia ancora distante dalla frontiera della produttività, ma aumentano d’intensità man mano che essa vi si avvicina. Approssimandosi alla frontiera, l’economia italiana avrebbe dovuto avviare una parallela evoluzione del suo modello di crescita, per adottarne uno maggiormente fondato sull’innovazione endogena e di frontiera”. Secondo l’autore infatti (e come negarlo) “La crescita economica spinta dall’innovazione è un fenomeno dialettico: un processo conflittuale di “distruzione creatrice” schumpeteriana, nel quale le innovazioni più recenti continuamente erodono i rendimenti delle innovazioni precedenti e sovvertono le posizioni di rendita, politiche ed economiche, da esse create. In Italia l’ordine sociale–l’allocazione del potere nella società e la sua contendibilità, ……–ha costretto e tuttora ostacola questo processo evolutivo, e al contempo mantiene in vita le disparate inefficienze politiche ed economiche menzionate sopra, che sono le cause prossime e intermedie del declino del Paese.” L’Italia è ancora nella fase di passaggio verso una democrazia liberale e aperta alla concorrenza e all’innovazione “Essa rimane incompleta perché parti della società temevano, e tuttora temono, gli effetti della distruzione creatrice sulle loro rendite e posizioni consolidate, e dispongono del potere necessario a ostacolare quella più larga apertura del sistema politico che sola potrebbe espandere significativamente lo spazio aperto alla concorrenza e all’innovazione.” Negli ultimi 25 anni ricorda Campussela come questo fermo lo abbiamo pagato tutti con un reddito reale medio che è di poco inferiore a quello del 1995 mentre i francesi, i tedeschi e gli spagnoli lo hanno visto aumentare di ben il 25%. Per rimuovere questi ostacoli bisognerebbe tener conto di due elementi fondamentali quasi indispensabili. Il primo “risiede nel modo in cui la società italiana è organizzata, che rende difficile chiedere, discutere, adottare, e poi attuare le riforme necessarie”.  L’ altro invece riguarda è derivato da quella maggioranza consistente di italiani che in diversi decenni ha costruito una barriera di conservazione dello status quo, una rete di “anovatori” (termine quest’ultimo che ho creato qualche anno fa e per il cui significato invito il lettore ad attendere ancora qualche minuto prima di arrivare al capitolo 8 dove il mistero si disvelerà, ma che già da ora è facilmente intuibile), inclusiva  e “ha conferito loro privilegi particolaristici il cui valore è sufficientemente elevato da allineare i loro interessi–quantomeno in una prospettiva individualista e di breve periodo–a quelli dei principali beneficiari dello status quo, ossia quelle porzioni delle élite politiche ed economiche che temono la distruzione creatrice.” 
Una situazione questa, che ha portato Ricolfi a definire l’Italia come una “società signorile di massa”(37), derivante da tre motivazioni di fondo. “Oggi, per la prima volta nella storia del nostro Paese, ricorrono insieme tutte e tre le condizioni che permettono di parlare di una società signorile di massa:
1. il numero di cittadini che non lavorano ha superato il numero di cittadini che lavorano;
2. la condizione signorile, ovvero l’accesso a consumi opulenti da parte di cittadini che non lavorano, è diventata di massa;
3. il sovraprodotto ha cessato di crescere, ovvero l’economia è entrata in un regime di stagnazione o di decrescita.”
I dati di confronto europeo da questo punto di vista sono peraltro impressionanti. Solo la Grecia ha un tasso di occupazione inferiore al nostro la Spagna ci è molto vicino. Del resto sono ben il 52,2% gli italiani che non lavorano grazie, sostiene Ricolfi, al patrimonio accumulato con l’elevatissimo grado di risparmio delle famiglie (38), il debito pubblico (che consentì notevoli guadagni negli anni settanta, ottanta) e le bolle finanziarie e immobiliari. Siamo la seconda area europea come patrimonializzazione (dopo il triangolo Olanda, Belgio, Danimarca) e viviamo oramai da anni grazie alle ricchezze accumulate (case e finanza) e non ai redditi lavorati. 
L’equilibrio rimarrà tale - sostiene Capussela -fino a che non si innescheranno quei meccanismi di cambiamento che potranno invertire la “spirale” attuale: cittadini soddisfatti e elite ricche. Nel momento in cui l’equilibrio si romperà ci sarà la possibilità di invertire la spirale e connettere l’insoddisfazione dei cittadini (oggi ci siamo molto vicini) agli interessi innovati delle elite oramai esangui nel trarre profitti e soddisfazioni dalla situazione attuale. Per farlo ci vogliono le idee e una forza creativa distruttrice (che per averle ci vuole cultura) che riescano a innescare nei due lati della medaglia risposte adeguate alle insoddisfazioni. Rammenta infine Capussela “Si ricordi, a questo proposito, che l’equilibrio del Paese non si regge su accordi espliciti o strategie comuni ma sulla convergenza di fasci di interessi diversi: se parti della società riconsiderassero le proprie preferenze e le strategie impiegate per realizzarle, gli ostacoli alle riforme si attenuerebbero.”
Tutto ciò premesso e integrato rispetto alla situazione generale delineata, ci sono almeno tre idee-progetto sulle quali iniziare a far leva nel contesto delle PMI. Riflessioni derivanti da analisi e lavoro sul campo, tre come le gambe di un tavolino per sostenere una sorta di piattaforma che faccia da scintilla e inneschi ben più profonde riforme e sulle quali basare l’avvio di processi ben più complessi e disseminati nel mondo delle sei milioni di imprese italiane. Tre idee -progetto per provare a ricostituire quei fondamentali a cui Ricolfi accenna per poter esserci nei prossimi decenni. Esse sono:
1. modernità;
2. digitalizazione;
3. sostenibilità. 
La prima risponde all’esigenza orami inderogabile di affrontare la gestione delle imprese, anche micro e piccole con un approccio moderno che non può non essere sistemico e complesso dove non sia solo il prodotto o il servizio a focalizzare l’attenzione dell’imprenditore, ma anche tutti quegli aspetti che oramai sono indispensabili per essere competitivi sul mercato: marketing, finanza, organizzazione, hard e soft skills, ecc.ecc. Ma modernità deve riguardare anche la pubblica amministrazione e le associazioni di categoria altrimenti le micro e piccole imprese non riescono a decollare. La seconda invece cerca di riprendere un treno passato qualche anno fa e che è indispensabile oggi e domani per essere preparati anche solo per produrre il più semplice servizio o bene. La terza ci dovrebbe consentire di iniziare a adeguare il modo di essere delle imprese a quello che sarà il mondo tra dieci anni e in poi: sostenibile ambientalmente, socialmente e economicamente.  Sono tre proposte che si integrano tra di loro creando una sorta di “combinazione” per aprire a un futuro di sviluppo. 

6.2. Diventare moderni 

Tutti gli esempi e le testimonianze dirette e indirette, da analisi e da interviste sul campo portano a una definizione delle piccole e medie imprese italiane come troppo focalizzate sul prodotto e servizio e poco su tuti gli altri aspetti. Il citato rapporto dell’Osservatorio Confindustria-Federmanager peraltro ci avvisa che alla base di tutto il cambiamento auspicabile c’è la “Cultura Aziendale … l’elemento determinante, che può favorire od ostacolare la buona riuscita del cambiamento…. Gli imprenditori che hanno plasmato organizzazioni funzionali rigide, con un focus ristretto sul proprio settore di riferimento, un’attenta ponderazione del rischio e un controllo forte su tutte le attività aziendali, potrebbero far fatica ad adattarsi rapidamente ai mutamenti esterni….I trend evolutivi delineano oggi la necessità di culture imprenditoriali molto più articolate, fluide, agili, veloci, attivamente presenti all’interno di reti di relazioni che travalichino il tradizionale sistema di riferimento settoriale e territoriale.” 
Per questo le risposte al sondaggio sul tema “modernizzazione” danno segnali forti (per fortuna) su raccolta e uso dei dati, nuovi modelli di business e organizzativi, marketing, digitale e formazione (oltre il 65% nella maggioranza). Culture che devono essere moderne e per questo essenzialmente innovative e innovanti e ..“Ciò accade perchè la natura dei fenomeni innovativi, soprattutto se di matrice tecnologica, si è radicalmente modificata in un brevissimo lasso di tempo. Da elemento di supporto alla produzione e alla vendita, si è trasformata in “fattore produttivo”, da “lineare” è diventata “esponenziale”, da “closed” è diventata “open”, dall’essere originata prevalentemente dalla creatività e genialità dell’imprenditore, sulla base della sua capacità di interpretare i bisogni del suo target di riferimento, è diventata anche domanda proveniente dalla società, imposta dagli organi governativi o, nel B2B, indotta dai committenti. Per fare ciò, per rimanere vivi e anzi diventare sempre più competitivi occorre modificare le modalità gestionali dell’impresa e non solo della media, anche della piccola e sempre più spesso delle micro (39). Vanno integrate in azienda nuove funzioni che prima (e purtroppo per molti anche ora) non c’erano, quindi nuove competenze, una nuova organizzazione basata sulla gestione della complessità delle funzioni e non sulla “genialità” dell’imprenditore -artista.  Anche i più artisti degli imprenditori moderni, colori che hanno di fatto inventato qualcosa che prima non c’era (da Jobs a Zuckerberg, da Cucinelli a Bezos, da Page e Brin ai più giovani Saverio Murgia e Luca Nardelli, fondatori della startup Eyra) hanno gestito il loro successo con la complessità organizzativa e innovativa. Da soli non sarebbero andati da nessuna parte. 
 La criticità sta nel fatto, denunciato da Confindutria e Federmanager che “gli studi condotti su questo terreno mostrano che il principale ostacolo all’introduzione delle tecnologie abilitanti nelle aziende italiane – e soprattutto nelle PMI – non è la mancanza di accesso alla tecnologia (barriere di “accesso materiale”) né il costo, bensì la carenza di conoscenze e competenze tecniche e manageriali (barriere di “accesso alle competenze”).” Conoscenze che peraltro recentemente si sono arricchite anche delle cosi dette soft skills che si sono affiancate e integrate alle hard skills. (40). 
E allora per diventare moderne realmente le PMI italiane dovrebbero fare alcuni passi , alcuni da soli altri accompagnate da policies adeguate gestite dalla pubblica amministrazione e da quelle associazioni di categoria e da quei sindacati che ancora oggi , troppo spesso, difendono posizioni arretrate e forse solo di potere, ma senza alcun cambiamento innovativo. Passi che andrebbero fatti in parallelo (come quelli reali) uno di qua (le imprese) uno di la ( a p.a. e gli altri stake holders). Altrimenti l’equilibrio è difficile e labile.  
Quali passi? :
Primo. (gli imprenditori - IM): convincersi che lavorare in rete è più conveniente nel medio -lungo termine;
Secondo. (la p.a. e gli s.h.- PS): varare norme migliorative sulle reti d’impresa che contengano facilitazioni finanziarie e formative e ‘assistenza nel primo anno da parte di esperti;
Terzo. (IM): accettare di investire in formazione per aggiornarsi e aggiornare i propri dipendenti anche a scapito di qualche profitto in meno nel breve termine;
Quarto. (PS): varare programmi di istruzione nelle scuole e università e formazione nelle università per le imprese adeguati all’obiettivo della modernità, della complessità e della sistematicità (basta tradurre dagli input della UE;
Quinto. (IM): partecipare a gruppi di lavoro integrati con esperti per avviare processi di innovazione di prodotto e di processo;
Sesto. (PS): finanziare il cambiamento interno diretto (PA)  e indiretto (Ass. categoria; sindacati) per rinnovare le classi dirigenti e non con esperti e giovani moderni per essere in grado di assistere le imprese nelle fasi di formazione e innovazione e cambiamento.
Tre passi a testa, insieme condividendo obiettivi , azioni e realizzazioni. 

6.3. Diventare digitali

“Quanto è veloce nel tuo Paese l’adattamento del quadro giuridico-istituzionale al modello di business digitale? Siamo classificati dal WEF al 101° posto nel mondo. E ora ce la possiamo fare a scalare un pò di posizioni? Non sarà facile. La sensibilità politica su questo tema è ancora troppo bassa nella concretezza delle norme e dei finanziamenti per accelerarla così come l’alto tasso di conservazione e cecità degli imprenditori e delle rispettive associazioni. 
Il tutto ci viene confermato nel giugno scorso dalla Commissione Europea con il Rapporto DESI 2019 (41) che ci colloca al 24° posto in Europa. Ma il film dei progressi negli ultimi anni non da particolari segnali di raggiungimento della media UE, così come il “grande buco” rimane il capitale umano. 


L’Istat nel rapporto 2018 su internet affermava che “la quota di persone che non ha mai utilizzato Internet, nonostante l’incremento degli ultimi anni, è ancora quasi un terzo della popolazione di 6 anni e più…. È interessante analizzare le motivazioni addotte per il mancato utilizzo …. Se si distingue tra motivazioni strumentali, legate al costo e alla disponibilità degli strumenti e della connessione, e motivazioni attitudinali, legate all’interesse, alle capacità, al tempo a disposizione ecc., vediamo che queste ultime sono prevalenti tra chi non ha mai utilizzato Internet, con netta predominanza delle motivazioni “non lo so usare, è troppo complicato” (49%) e “non mi interessa” (33,3%).” (42). 

Sul fronte delle imprese, peraltro il DESI posiziona l’Italia al 24º posto ben al di sotto della media UE. Le imprese Italiane non riescono ancora a sfruttare appieno le opportunità offerte dal commercio online (10 % delle PMI lo usa contro una  media UE pari al 17 %), La misura recentemente adottata per aiutare le PMI nella loro trasformazione digitale (un buono del valore di 40.000 € per l'assunzione di un responsabile dell'innovazione) appare più come un pannicello caldo (anzi tiepido) se si pensa che un esperto che guadagni 2.000 € al mese contrattualizzato come consulente possa avere la capacità e tanto più il poter di cambiare gli indirizzi e la cultura digitale e d’innovazione di un’azienda (43). Il Rapporto termina con una sorte di appello che andrebbe capito e tradotto in fatti: “Quello di rifocalizzare alcuni incentivi sulle PMI è un passo nella giusta direzione, ma sono necessari ulteriori sforzi sistemici per elevare il loro livello di digitalizzazione a quello dei principali concorrenti delle aziende italiane.” Oggi essere digitali (e usare anche internet, ma non solo) è diventato indispensabile per chiunque, tanto più per un’impresa. Non entrare in questa dimensione culturale significa stare fuori dalla porta e dal portone del nuovo sviluppo della quarta rivoluzione industriale. 
Qui i passi da fare dovrebbero riguardare prioritariamente la deficienza sostanziale che ci riguarda ovvero la mancanza di cultura digitale che in altri termini spesso viene chiamata analfebitazzione digitale. Si tratterebbe quindi di concentrare idee, progettualità, programmi e risorse sull’obiettivo di aumentare in poco tempo la percentuale di italiani, e in questo caso di piccoli e piccolissimi imprenditori e di lavoratori e professionisti, in grado di comprendere e applicare i paradigmi della cultura digitale. 
Quindi almeno un passo a testa tra pubbliche amministrazioni e stakeholders e imprese andrebbe fatto:
Primo. (PS): Convincere le classi dirigenti che questo è il nodo di fondo e non la banda larga, le PEC , lo SPID ecc. ecc. Tutti strumenti importantissimi, ma se la gente (il popolo) non ne sa i vantaggi, non ne conosce i benefici, sono sostanzialmente inutili. Le file ai caselli autostradali e agli sportelli comunali continuano a essere causate da persone che o non “si fidano” del telepass o delle carte di credito (basta vedere le file la domenica sera) o non sanno usare il pc per prenotare da casa l’appuntamento per il ritiro di una cartella fiscale o quant’altro. Tre anni fa, in un ciclo di formazione sulla cultura digitale per conto di un’associazione di categoria, rimasi colpito dai riscontri dei direttori di sede (quelli che erano deputati a presentare il corso) che per primi confessavano serenamente di non usare il CRM (customer relationship management), di non avere l’e.learning o di non usare Skype per organizzare riunioni con persone residenti in paesi e città diverse. Sono loro che vanno istruiti e aiutati. Poi verrà il pieno e soddisfacente utilizzo dei vari strumenti. 
Secondo. (IM): se è vero quello che emerge dall’ascolto delle imprese nei territori , allora è il momento di richiedere a gran voce interventi strutturali per sanare il problema. Interventi di rottura per definire programmi di formazione e sensibilizzazione per un’adeguata cultura digitale diretti agli over 50 - la classe al potere - oltre che ai giovani. 

6.4. Diventare sostenibili

Già che ci siamo approfittiamo del fatto di essere in ritardo e proviamo a seminare subito, insieme alla cultura della modernità e del digitale anche quella della sostenibilità. 
Benefit corporation, bilanci di sostenibilità, ma ancor meglio programmi, business plan e gestioni sostenibili economicamente (ma questo è oramai ben radicato nelle nostre imprese) socialmente ( e qui il nodo è quella che Ricolfi chiama “l’infrastruttura schiavistica” e la pone come uno dei tre pilastri sui quali si tiene la “società signorile di massa”) e ambientalmente ( e qui formalmente siamo i primi in Europa per la raccolta differenziata, ma dovremmo fare ancora tanti passi avanti. 
In questo caso abbiamo la sublimazione dell’approccio sistemico in un’impresa poiché la vera sfida culturale sarà quella di gestire unitariamente e multidisciplinarmente i tre aspetti. Non tenerli separati settorialmente e darne apparente soluzione portando i bilanci in utile, rispettando il CCNL di settore, semmai premiando con denaro i dipendenti a Natale, e facendo la raccolta differenziata e, come ciliegina sulla torta un bel bilancio sociale dove si inserisce una donazione per i bambini africani malnutriti. La sostenibilità, per la quale nel 2019 l’Italia è al 30° posto nel mondo (44), ha bisogno di una metodologia di approccio complessa che consenta di programmare, gestire e monitorare i singoli indicatori specialistici, ma ancor meglio e più che misuri sostenibilmente le varie attività e azioni aziendali. In altre parole un programma specifico che consenta di “guidare” l’azienda secondo i canoni adeguati. Lo stato dell’arte è in progressivo avanzamento positivo ci racconta l’ultimo Report del 2019 dell’EASP (45) anche se le funzioni aziendali rispondono per il 34,2% alla Comunicazione (in Italia 29,4) e per il 16,2% alle Risorse Umane (Italia 11,8) nei sette paesi oggetto dell’indagine (Francia, Germania, Gran Bretagna, Italia, Serbia, Spagna e Turchia). Dato significativo sulla ancora relativa bassa rilevanza del tema nelle imprese. E allora anche qui il passo da fare sarebbe quello di dimostrare prima e convincere poi le imprese a investire sul tema forse più che con strumenti coercitivi (tasse) con metodi coattivi iniziando dalle scuole e dalle università dove per esempio inserire programmi e esami “obbligatori” sul tema, nella legislazione e nella fiscalità premiando chi è sostenibile, finanziando formazione ad hoc. Un salto da fare con entrambe le gambe (imprese e pubblica amministrazione) più che un passo a testa, questo da fare condividendo la strategia e investendoci. 

7. E come farlo

Nelle pagine precedenti ho individuato criticità e suggerito qualche passo da fare. Sul come e quando ovviamente si gioca il tutto, al di là della bontà o meno delle proposte. Alcune ipotesi potrebbero esser quelle di fare un bel Programma per le PMI fissando obiettivi, azioni e tempi certi con le relative risorse da investire adeguate e attori competenti per l’attuazione. Cinque condizioni indispensabile per avere una sufficiente certezza di attuare il piano. 
Nel Programma un’azione fondamentale quella della formazione. L’OCSE, nel suo ultimo Employment Outlook (46), scrive: “Il sistema italiano di formazione permanente non è attrezzato per le sfide future. Solo il 20,1% degli adulti in Italia ha partecipato a programmi di formazione professionale nell’anno precedente la rilevazione. Inoltre, solo il 60% delle imprese (con almeno 10 dipendenti) offre formazione continua ai propri dipendenti, contro una media europea OCSE del 75,2%”. 
In generale la situazione è più che problematica e infatti l’OCSE rileva - come sottolinea il Rapporto 4.Manager - che in Italia: 
L’allineamento della formazione continua ai fabbisogni del mercato è notevolmente carente; 
Il 28% dei partecipanti alla formazione ha contribuito finanziariamente al training; 
L’1% delle aziende che fanno formazione beneficiano di sussidi ed agevolazioni pubblici contro la media OCSE dell’8,7%; 
Sono state sospese le risorse pubbliche erogate dalle Regioni per la formazione professionale; 
Negli ultimi anni il governo ha effettuato prelievi al contributo dello 0,30% normalmente destinato ai Fondi Paritetici Interprofessionali per la Formazione Continua. 
Il Programma andrà completato con un vero e proprio piano di marketing e quindi di propaganda (47) (più efficace di una semplice pubblicizzazione) come il famoso Edward Louis Bernays avrebbe certamente saputo fare. 
Sin dagli anni venti del secolo scorso sono stai strumenti indispensabili per le imprese come per la politica per affermare prodotti, convinzioni e idee. Al di la del bene o del male delle stesse è certo che lo strumento e il metodo sono utilissimi a una sola condizione: essere convinti di doverlo fare. Questo il nodo critico. Se riprendiamo le affermazioni di Capussela, il tutto avverrà quando anche l’elite si convincerà che affermare tali istanze di progresso significherà mantenere o aumentare il loro potere e conseguentemente le ricchezze derivabili. Forse è il tempo.  

8. E se non facciamo qualcosa, sarà … “anovazione”

Qualche anno fa, nel giugno del 2014, in un momento di depressione derivante dalle difficoltà di affermare progetti e processi innovativi scrissi la definizione di una parola nuova, fino ad allora inesistente per cercare di esplicitare e definire al meglio il contrario di innovazione i suoi nemici, quelli che oggi tanto bene ha descritto Campussela nel suo recente libro. Gli stessi Campussela, Ricolfi, i dati statistici provenienti da tutte le fonti serie (escludo quelle interessate a raccontare un film irrealistico di un’Italia dove va quasi tutto bene imprese comprese) ci dimostrano il nostro attuale posizionamento davanti il quale o riusciamo a fermarci e ripartire come sarebbe più che auspicabile perlomeno per i nostri figli e nipoti oppure si aprirà un baratro dove l’anovazione vincerà definitivamente. 

Ma cos’è questa anovazione e chi sono gli anovatori?   
L’anovato/a, anovazione e anovare è colei e colui, la cosa che, l’azione che non intende, comprende e consapevolizza la capacità e la possibilità di cambiare un assetto dato per migliorarlo e renderlo pertanto più adeguato alle funzioni che dovrebbe svolgere. In particolare l’anovazione è caratteristica di coloro, singoli o gruppi di persone, che non riescono a concepire nessuna innovazione e mantengono lo status quo non in quanto semplice e pura conservazione, ma per l’impossibilità di poter concepire qualsiasi mutamento o comunque anche qualsiasi azione di conservazione tendente a migliorare la situazione data. Generalmente è causata da ignoranza culturale, ma anche da problemi di ordine psicologico che determinano il blocco di ogni pensiero tendente al cambiamento. 
L’anovazione si differenzia dalla conservazione per l’assoluta immobilità del pensiero e quindi dell’azione, che invece nella conservazione è data per mantenere e conservare nella convinzione di migliorare. 
Solo per fare qualche esempio attualmente sono colpiti in maniera profonda da anovazione i gruppi di persone che lavorano per la Pubblica Amministrazione che sanno solo ricordare quello che fanno, ma non quello che potrebbero fare per migliorare le funzioni a loro delegate e pagate; i singoli o gruppi di imprenditori, artigiani e commercianti, liberi professionisti e consulenti vari che non riescono a cambiare i loro processi di produzione di beni e servizi con l’uso di approcci sistemici e tecnologie adeguate a causa di paura e ignoranza; singoli e gruppi di politici, intellettuali e pseudo accademici, nonché giornalisti che ancora fanno finta di ricercare il nuovo modello di sviluppo economico e sociale,  ovvero domandano agli altri che fare senza essere consapevoli di dove sono. 
Tutte queste categorie di persone, causa l’anovazione, continuano a difendere le loro posizioni più che corporative e sono quindi ovviamente destinate a scomparire malgrado le azioni di difesa che continuano a fare. 
In questo periodo, ma ormai da almeno 25-30 anni, l’Italia è invasa da anovatori. 

P.S. Si ricercano innovatori. Stipendio di 40.000 € lordi /anno (!).

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  1.   Modernità:  Carattere di ciò che appartiene ai tempi più recenti. Riferito a persone o a manifestazioni, indica adesione allo spirito e al gusto dei tempi, e quindi originalità ed emancipazione dalla tradizione. (fonte : www.treccani/enciclopedia.it)
  2.   Il termine c. d. (digital competence) in senso stretto si è affermato all’inizio del 21° secolo all’interno delle politiche europee sulle competenze di base: esso ha acquisito un particolare risalto a seguito delle Raccomandazioni del Parlamento e del Consiglio europeo del 2006 per il lifelong learning dove la c. d. è definita come la capacità di utilizzare senza incertezze e in modo critico le ICT nel lavoro, nel tempo libero avvalendosi delle possibilità che esse offrono per lo sviluppo di processi conoscitivi e collaborativi. (fonte : www.treccani/enciclopedia.it)
  3.     Il concetto di sviluppo sostenibile, comunemente indicato come sostenibilità, risale agli anni Settanta del 20° sec., ma una precisa definizione del termine, riconosciuta a livello internazionale, è stata espressa nel 1987, … nel rapporto Brundtland (Our commun future), in cui si definisce sostenibile lo sviluppo idoneo a soddisfare le necessità della generazione presente senza compromettere la capacità di quelle future di rispondere alle loro. …. Lo sviluppo sostenibile … implica dei limiti imposti dallo stato dell'organizzazione tecnologica e sociale alle risorse economiche e dalla capacità della biosfera di assorbire gli effetti delle attività umane.. (fonte : www.treccani/enciclopedia.it)
  4.   Cfr . Claudio Cipollini “Una crisi per un progresso sconosciuto. Artigiani e imprenditori di fronte al cambiamento” in Quaderni di ricerca sull’artigianato. N. 62. Novembre 2012.
  5.   Cfr, Claudio Cipollini e Fabiola Sfodera  “Suggerimenti per le priorità” in Quaderni di ricerca sull’artigianato  fascicolo 3, n. 74 settembre-dicembre 2016 
  6.   European Commission: Regional Competitiveness Index 2019 - Paola Annoni and Lewis Dijkstra - Regional and Urban Policy https://ec.europa.eu/regional_policy/sources/docgener/work/2019_03_rci2019.pdf
  7. COMMISSIONE EUROPEA - DOCUMENTO DI LAVORO DEI SERVIZI DELLA COMMISSIONE -Relazione per Paese relativa all'Italia 2019 Comprensiva dell'esame approfondito sulla prevenzione e la correzione degli squilibri macroeconomici che accompagna il documento COMUNICAZIONE DELLA COMMISSIONE AL PARLAMENTO EUROPEO, AL CONSIGLIO EUROPEO, AL CONSIGLIO, ALLA BANCA CENTRALE EUROPEA E ALL'EUROGRUPPO - Semestre europeo 2019: valutazione dei progressi in materia di riforme strutturali, prevenzione e correzione degli squilibri macroeconomici e risultati degli esami approfonditi a norma del regolamento (UE) n. 1176/2011 
  8. WORLD ECONOMIC FORUM: The Global Competitiveness Report 2019- Professor Klaus Schwab World Economic Forum Editor - “Per competitività intendiamo gli attributi e le qualità di un'economia che consente un uso più efficiente di fattori di produzione. Il concetto è ancorato alla teoria della contabilità della crescita, che misura la crescita come somma della crescita dei fattori di produzione - vale a dire lavoro e capitale - e della produttività totale dei fattori (TFP), che misura i fattori che non possono essere spiegati dal lavoro, dal capitale o da altri input. Il GCI misura ciò che guida TFP.I guadagni di produttività sono il fattore più importante di crescita economica a lungo termine”
  9.    Il framework GCI 4.0 è organizzato in 12 principali motori di produttività, o "pilastri" (istituzioni; ecosistema di innovazione del capitale umano; mercato del prodotto; infrastruttura; mercato del lavoro; adozione delle TIC; sistema finanziario; stabilità macroeconomica; dimensioni del mercato; salute; dinamismo aziendale; capacità di innovazione). 
  10.   Op.cit. pag.17
  11.   Fondazione Edison: “L’economia italiana in cifre” 2019
  12.   Recita il Rapporto SVIMEZ 2019: “Nel quadro di un progressivo rallentamento dell’economia italiana, si è riaperta la frattura territoriale che arriverà nel prossimo a segnare un andamento opposto tra le aree, facendo ripiombare il Sud nella recessione da cui troppo lentamente era uscito. 
  13.   Fonte : Reteimpresa (Confindustria): Report sulle Reti di Imprese in Italia - 2018
  14.   La prima indagine strutturata dell’ISTAT sulle imprese sostenibili è stata condotta da maggio a settembre 2019 e i risultati si avranno nei primi mesi del 2020. 
  15.   Fabiola Riccardini S. De Santis, G. Di Paolo, V. Spinelli, S. Tersigni “Le imprese italiane e lo sviluppo sostenibile. Nuove evidenze statistiche e analisi per valutare il cambiamento” Roma, 23 ottobre 2018
  16.   Il tema della sostenibilità va visto e gestito sia nella fase programmatoria e sia in quella gestionale  come un sistema complesso e interagente tra aspetti economici, sociale e ambientali e non solo come impatto ambientale e responsabilità sociale. ( in quest’ultimo caso ricorrendo talvolta allo stato di sicurezza sociale dei dipendenti di un’impresa abbastanza protetti dalla legislazione europea e nazionale da almeno cinquant’anni (legge 20 maggio 1970, n. 300 - conosciuta anche come statuto dei lavoratori o legge Gino Giugni) 
  17.   Porter M., Kramer M. (2011), Creare valore condiviso. “Harvard Business Review Italia”, 1-2, gennaio-febbraio
  18.   Impresa Cultura 15° Rapporto Annuale- Federculture . ottobre 2019
  19.   Ci racconta l’ISTAT nel Rapporto BES 2018 “ Nel confronto internazionale del 2017 i principali indicatori dell’istruzione e della formazione in Italia si mantengono significativamente inferiori a quelli della media europea anche se, in alcuni casi, il divario continua a ridursi. Particolarmente preoccupante appare la percentuale di uscita precoce dal sistema di istruzione e formazione: il 14% dei giovani di 18-24 anni, ………….. Le persone di 30-34 anni che hanno completato un’istruzione terziaria (università e altri percorsi equivalenti) sono state il 26,9%, una percentuale ancora distante dalla media europea (39,9%). ………………. Anche la percentuale di persone di 25-64 anni con almeno il diploma è significativamente più bassa di quella media europea (rispettivamente 60,9% e 77,5%). ……………… Più contenuto appare lo svantaggio rispetto agli altri paesi Ue per la formazione continua : l’Italia occupa il 18° posto con il 7,9% di individui, contro il 10,9% della media europea  2019 
  20. Best Countries (https://www.usnews.com/news/best-countries/articles/methodology)
  21. Progetto S.I.S.PR.IN.T. - Sistema Integrato di Supporto alla PRogettazione degli INterventi Territoriali - PON GOVERNANCE E CAPACITÀ ISTITUZIONALE 2014-2020 - ASSE 3 – OBIETTIVO SPECIFICO 3.1 - AZIONE 3.1.4 . In qualità di esperto senior in materia di sviluppo territoriale e crescita competitiva delle PMI dal 01.03.2018 al 31.10.2019 per conto di Si.Camera (Unioncamere). -
  22.   Obiettivo tematico 1 - Rafforzare la ricerca, lo sviluppo tecnologico e l'innovazione;  Obiettivo tematico 3 - Promuovere la competitività delle piccole e medie imprese
  23.   4. Manager (Confindustria -Federmanager) Osservatorio : “Capitale manageriale e strumenti per lo sviluppo”. Ottobre 2019- Lo studio, oltre i dati statistici istituzionali e non, è stato elaborato anche mediante colloqui individuali in profondità con 20 opinion makers (Imprenditori, Manager, Docenti Universitari, Direttori di Business School e Consulenti Aziendali) e un’indagine campionaria dedicata a imprenditori e manager effettuata tramite modalità di rilevazione mista CATI e CAWI ,nel periodo 15 luglio-10 settembre 2019, che ha coinvolto 614 imprenditori con attività prevalente nel settore manifatturiero (codice ATECO da C10 a C33) per tipologia di impresa (dimensione, localizzazione) e 1.516 manager per livello e ruolo professionale, per un totale di N. 2.130 interviste. 
  24.   4. Manager (Confindustria -Federmanager) Osservatorio : “Capitale manageriale e strumenti per lo sviluppo”. Ottobre 2019- pagg. 4-5.
  25.   Il Rapporto descrive così la situazione: “La storia e la cultura imprenditoriale e manageriale italiana hanno contribuito a rendere il nostro sistema produttivo estremamente complesso ….Tale complessità riguarda anche il modello gestionale delle PMI, nelle quali, da sempre, le “abilità imprenditoriali” rappresentano il cardine intorno al quale ruota l’intera organizzazione e ciò vale sia nelle fasi iniziali del ciclo di vita dell’impresa, sia nelle fasi di sviluppo e consolidamento, ossia quelle tipiche della “gestione strategica” di taglio tipicamente manageriale. A tal proposito riteniamo che questo particolare approccio alla conduzione d’impresa non rappresenti affatto un indicatore di “cattiva gestione” con le analisi condotte dall’Osservatorio dimostrano, infatti, che il “gap manageriale” tra piccole, medie e grandi imprese è – soprattutto in Italia – ancora tutto da esplorare. Notevoli sono le difficoltà di misurazione e di comparazione tra organismi profondamente diversi (es. come si misura l’innovazione informale in assenza di brevetti o voci di bilancio che la quantificano?) e che il differenziale di performance tra grandi e piccole imprese potrebbe dipendere anche da una non sufficiente attenzione prestata dai sistemi statistici di rilevazione e dalle scienze del management a ciò che accade in organismi che non possono godere di economie proprie delle grandi aziende (es. economie di scala, accesso ai mercati finanziari, ecc.), che avvertono maggiormente l’inefficienza infrastrutturale e della pubblica amministrazione, o che operano, spesso da leader, in nicchia di mercato o che adottano modelli di business o innovazioni non replicabili o non convenienti per le grandi aziende. ….(pag.19) 
  26. https://www.un.org/sustainabledevelopment/development-agenda/
  27.   - J. Rifkin “Un green new deal globale. Il crollo della civiltà dei combustibili fossili entro il 2028 e l'audace piano economico per salvare la Terra” Mondadori 2019;- Yuval Noah Harari  “21 lezioni per il XXI secolo” Bombiani 2018;- Philip Kotler  “Ripensare il capitalismo. Soluzioni per un'economia sostenibile e che funzioni meglio per tutti” Hoepli 2016;- Francis Fukuyama “Identità. La ricerca della dignità e i nuovi populismi” Utet 2019;
  28. “Il futuro degli investimenti è sostenibile” di Philipp Hildebrand e Brian Deese* (https://www.ilsole24ore.com/art/il-futuro-investimenti-e-sostenibile-ABfZUobB)
  29. Business Roundtable 19 agosto 2019 (https://www.businessroundtable.org/business-roundtable-redefines-the-purpose-of-a-corporation-to-promote-an-economy-that-serves-all-americans
  30. Stefano Zamagni in Vita  http://www.vita.it/it/article/2019/08/20/zamagni-quel-documento-e-un-atto-daccusa-alla-politica/152422/
  31.   Il Global Future Councils del World Economic Forum riunisce annualmente oltre 600 membri del mondo accademico, economico, governativo e della società civile per confrontarsi e promuovere il pensiero innovativo per affrontare questioni globali, regionali e geopolitiche, nonché argomenti emergenti o trasversali relativi alla Quarta Rivoluzione Industriale.
  32.   WORLD ECONOMIC FORUM: The Global Competitiveness Report 2019- Professor Klaus Schwab World Economic Forum Editor
  33. I 5 obiettivi saranno: Obiettivo 1: un'Europa più intelligente - trasformazione industriale intelligente e innovativa; Obiettivo 2: un'Europa più verde e a basse emissioni di carbonio - transizione verso un'energia pulita ed equa, investimenti verdi e blu, economia circolare, adattamento ai cambiamenti climatici e prevenzione dei rischi; Obiettivo 3: un'Europa più connessa - Mobilità, informazione regionale e connettività delle tecnologie della comunicazion; Obiettivo 4: un'Europa più sociale - attuazione del Pilastro Europeo dei Diritti Sociali; Obiettivo 5: un'Europa più vicina ai cittadini attraverso la promozione dello sviluppo sostenibile e integrato delle zone urbane, rurali e costiere e delle iniziative locali
  34.  Commissione Europea - DOCUMENTO DI LAVORO DEI SERVIZI DELLA COMMISSIONE Relazione per Paese relativa all'Italia 2019 comprensiva dell'esame approfondito sulla prevenzione e la correzione degli squilibri macroeconomici - ALLEGATO D - ORIENTAMENTI IN MATERIA DI INVESTIMENTI FINANZIATI DALLA POLITICA DI COESIONE 2021-2027 PER L'ITALIA (Bruxelles, 27.2.2019). (https://ec.europa.eu/info/sites/info/files/file_import/2019-european-semester-country-report-italy_it.pdf)
  35.   Luca Ricolfi “L’enigma della crescita” 2015 Mondadori Libri S.p.A., Milano 
  36.   Andrea Lorenzo Capussela “Declino. Una storia italiana” Luiss University Press - 2019
  37.   Luca Ricolfi “ La società signorile di massa” La nave di Teseo - 2019
  38.   Ricolfi ricorda come agli inizi degli anni 50 il patrimonio medio di una famiglia era (a valori attuali) di 100.000€ e oggi sia poco sotto i 400.000€
  39.   Un piccolo e quasi banale esempio sono i ristoranti e i bar che ci sono nelle zone centrali di Roma a confronto con la stessa Milano e ancor più, ma molto di più, con Parigi, Londra, Berlino, Francoforte, New York solo per citare alcune città dove sono stato recentemente. Qui tutti uguali a offrire stessi menù, stessi servizi, stesse immagini. Difficile trovare l’eccezione. Lì tutti diversi che offrono menù globali etnici e mixed, servizi esperenziali o tradizionali, comunque differenti e in competizione: tra bar, caffè e ristoranti, tutte micro e piccolissime imprese. 
  40.   Le soft skills (competenze trasversali) si riferiscono maggiormente all'intelligenza emotiva e sono abilità naturali che ci aiutano a interagire bene con gli altri. Sono utili in tutti i settori e tipi di lavoro. Le hard skills (abilità forti) sono generalmente abilità specifiche del lavoro che vengono apprese attraverso l'istruzione o la formazione. In particolare - così le definisce Almalaurea -“Sono caratteristiche personali importanti in qualsiasi contesto lavorativo perché influenzano il modo in cui facciamo fronte di volta in volta alle richieste dell'ambiente lavorativo”. L’elenco comprende: Autonomia; Fiducia in se stessi; Flessibilità/Adattabilità; Resistenza allo stress; Capacità di pianificare ed organizzare; Precisione/Attenzione ai dettagli; Apprendere in maniera continuativa; Conseguire obiettivi; Gestire le informazioni; Essere intraprendente/Spirito d’iniziativa; Capacità comunicativa; Problem Solving; Team work; Leadership
  41.   Commissione Europea - Indice di digitalizzazione dell'economia e della società (DESI) Relazione nazionale per il 2019 - Italia
  42.  ISTAT- Fondazione Bordoni: Internet@Italia 2018 Domanda e offerta di servizi online e scenari di digitalizzazione
  43. Vedremo nei prossimi anni poi gli effetti dei 22 poli per l’innovazione digitale (Digital Innovation Hubs) e degli 89 Punti Impresa Digitale per promuovere la digitalizzazione, insieme con i centri di competenza ad alta specializzazione, che stanno finalmente entrando in funzione dopo i ritardi causati dalle lunghe procedure amministrative e dai ricorsi giudiziari sulle gare d'appalto in relazione al loro finanziamento pubblico.
  44. Sustainable Development Report 2019 Transformations to achieve the SDGs (https://s3.amazonaws.com/sustainabledevelopment.report/2019/2019_sustainable_development_report.pdf). 
  45. EASP ( European Association of Sustainability Professional) - Senior managers of sustainability and corporate social responsibility in Europe- 2019 (http://www.csrmanagernetwork.it/files/DOCUMENTI/Report-EASP-2019.pdf)
  46.   OECD Employment Outlook 2019 “The Future of Work”
  47.   La definizione che ne da la Treccani a tal proposito è perfettamente cogente: “propaganda: Azione che tende a influire sull’opinione pubblica e i mezzi con cui viene svolta. È un tentativo deliberato e sistematico di plasmare percezioni, manipolare cognizioni e dirigere il comportamento al fine di ottenere una risposta che favorisca gli intenti di chi lo mette in atto. La p. utilizza tecniche comunicative che richiedono competenze professionali, nonché l’accesso a mezzi di comunicazione di vario tipo, in particolare ai mass media, e implicano un certo grado di occultamento, manipolazione, selettività rispetto alla verità. I messaggi possono arrivare a implicare diversi gradi di coercizione o di minaccia, possono far leva sulla paura o appellarsi ad aspirazioni positive. Rientrano nella p. alcune forme di comunicazione pubblica istituzionalizzata come l’attività di pubbliche relazioni di organi governativi, grandi imprese e altre istituzioni, le campagne politiche, le campagne di pubblica informazione.”

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